Così Giovanni Paolo II fermò il vento della secolarizzazione

A 13 anni dalla morte, il ricordo personale del vaticanista polacco Wlodzimierz Redzioch

FEDERICO CENCI

Mentre le strade erano affollate di macchine al rientro dalla scampagnata fuori porta, nel tardo pomeriggio di Pasquetta un folto gruppo di fedeli si è radunato in piazza San Pietro, per recitare un rosario in memoria di Giovanni Paolo II. Proprio il 2 aprile scorso, infatti, era il 13esimo anniversario della morte di Papa Wojtyla.

Quel gesto ha rievocato i momenti concitati immediatamente successivi all’annuncio della salita al cielo del Papa polacco. Spontaneamente tante persone si recarono in piazza San Pietro con il rosario tra le mani. Tra costoro c’era, sia il 2 aprile 2005 che quello del 2018, Wlodzimierz Redzioch, vaticanista dal 1980, per tanti anni dipendente vaticano e oggi corrispondente del settimanale cattolico polacco Niedziela. Molto legato a Karol Wojtyla, è autore del libro“Accanto a Giovanni Paolo II” (edizioni Ares), raccolta di interviste a illustri personalità che hanno conosciuto da vicino il pontefice polacco.

Che sensazioni le ha suscitato il rosario del Lunedì di Pasquetta in piazza San Pietro?

“Mi ha fatto rivivere i giorni della ‘passione’ di Giovanni Paolo II. Ad iniziare dalla ‘salita sul Calvario’ dei giorni precedenti alla morte. Ricordo un’immagine simbolica: il 25 marzo, non potendo più partecipare alla Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo, seguì la cerimonia dalla sua cappella privata aggrappato alla croce. E poi la domenica di Pasqua, il 27 marzo, quando malgrado gli sforzi non riuscì a pronunciare alcuna parola per la benedizione ‘Urbi et Orbi’. Ebbene, quella fu 'l’enciclica non scritta' di Papa Wojtyla, su come affrontare l’ultima fase della vita”.

Cosa ricorda del momento in cui apprese che Papa Wojtyla era morto?

“Fu uno choc. Ma mi tornarono alla mente le parole di Giovanni Paolo II rivolte agli anziani, nel 1999: ‘È bello potersi spendere fino alla fine per la causa del Regno di Dio. Al tempo stesso, trovo una grande pace nel pensare al momento in cui il Signore mi chiamerà: di vita in vita! Per questo mi sale spesso alle labbra, senza alcuna vena di tristezza, una preghiera che il sacerdote recita dopo la celebrazione eucaristica: nell'ora della morte chiamami, e comanda che io venga a te. E la preghiera della speranza cristiana, che nulla toglie alla letizia dell'ora presente, mentre consegna il futuro alla custodia della divina bontà’. Queste parole mi aiutarono a superare questa grande prova che fu la morte di Giovanni Paolo II. E poi in quel periodo avevo spesso modo di parlare con il dott. Renato Buzzonetti, medico del Papa, che mi diceva di sentirsi come il Cireneo che aiuta Cristo a portare la croce. E da credente, mi diceva di essere convinto che per tutta la vita Wojtyla aspettava il momento della morte per poter vedere Dio faccia a faccia. Questa testimonianza mi fu altrettanto di aiuto”.

Ai funerali, l’8 aprile 2005, partecipò un fiume interminabile di persone. Fu una dimostrazione del solco che Giovanni Paolo II scavò nel cuore della gente…

“È vero. Vennero a Roma più di 3milioni di persone e fecero file chilometriche per sostare non più di qualche minuto di fronte alla salma del Papa. Quell’attestato di affetto mi ricordò le parole del card. Schuster: ‘La gente sembra vivere incosciente delle cose soprannaturali, ma quando un santo, vivo o morto passa, tutti accorrono alla sua strada’. E la gente percepiva Giovanni Paolo II come un santo, che aveva la capacità di creare un rapporto particolare con ogni uomo. Questa capacità deriva dalla sua formazione da seminarista, avvenuta negli anni ’50 nella Polonia comunista, dove non era possibile fare una pastorale apertamente. Per questo lui, tra gli studenti e le famiglie, non potendo contare su strutture ecclesiali, stabilì un contatto personale, sviluppò una particolare capacità di comprendere i problemi delle persone”.

La famiglia fu al centro delle sue preoccupazioni, anche quando divenne Papa…

“Già da cardinale iniziò ad occuparsi della cosiddetta ‘teologia del corpo’, proprio per la profonda conoscenza del rapporto tra coniugi che maturò stando a stretto contatto con le persone. Solo un pastore così prossimo alle questioni concrete delle famiglie poteva scrivere una esortazione come Familiaris Consortio. Nel mondo del Novecento, dominato da ideologie che propongono una visione lontana dall’antropologia cristiana, lui combatté il comunismo non da un punto di vista politico, ma perché era convinto che l’Homo Sovieticus non fosse l’uomo voluto da Dio”.

Del resto il pontificato di Giovanni Paolo II è iniziato in un periodo in cui si stavano allargando le frontiere della ricerca biomedica, con implicazioni anche sul piano etico. Quanto è stato importante il suo magistero a difesa del diritto naturale?

“La difesa dell’antropologia cristiana è legata al rispetto del diritto naturale, che non può essere sostituito da nessuna legge stabilita. La maggioranza democratica non sempre garantisce norme giuste, quando queste non rispettano la legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo. Papa Francesco ha giustamente definito Wojtyla il “Papa della famiglia”, perché egli sapeva che noi verremo giudicati dall’amore. Ed oggi come ai tempi del suo pontificato, né la società né la scuola ci insegnano l’amore autentico; l’unico luogo in cui si impara ad amare in modo altruistico e disinteressato è la famiglia. Per questo lui si è speso tanto, ingaggiando una dura battaglia contro le ideologiche che si imponevano in quella fase storica. La famiglia come ultimo baluardo di insegnamento all’amore. Difesa della famiglia e del diritto naturale sono strettamente legate”.

In questa battaglia aveva al suo fianco il card. Ratzinger. Lei lo ha intervistato nel libro “Accanto a Giovanni Paolo II”, fu la prima uscita pubblica di Benedetto XVI dopo le dimissioni. È molto legato a questa intervista?

“L’intervista è commovente. Ci sono molti aspetti che mi sono rimasti nel cuore. Il loro - mi ha sottolineato Ratzinger - fu un rapporto su due piani: quello professionale e quello personale, caratterizzato dall’affetto che trasuda dalle parole del Papa emerito. Ricordo che Ratzinger mi ha raccontato il primo incontro con Wojtyla nel pre-conclave del 1978, quando fu eletto. ‘Ho provato fin dall’inizio - mi disse l’attuale Papa emerito - una grande venerazione e una cordiale simpatia per il Metropolita di Cracovia, ma soprattutto percepii subito con forza il fascino umano che egli emanava. E da come pregava capii quanto fosse unito a Dio’. È un aspetto molto personale, che riflette come veniva visto Giovanni Paolo II dal futuro suo stretto collaboratore e poi anche successore”.

Ratzinger riconobbe fin da subito la santità di Wojtyla?

“Nella nostra conversazione egli afferma apertamente che il Papa era ‘un santo’. Ha detto infatti: ‘Che Giovanni Paolo II fosse un santo, negli anni della collaborazione con lui mi è divenuto di volta in volta sempre più chiaro’. E spiega anche un criterio di prim’ordine della santità di Wojtyla: il coraggio della verità. Per questo motivo il Papa emerito sottolinea l’importanza dell’enciclica Veritatis Splendor, perché - mi ha detto - ‘studiare e assimilare questa enciclica rimane un grande e importante dovere’. Benedetto XVI riconobbe a Giovanni Paolo II quello di essere stato un pastore, un combattente per la verità”.

Quanto ha contribuito il pontificato di Giovanni Paolo II ad arrestare il vento di secolarizzazione nella sua patria, in Polonia?

“C’è un aspetto su cui tutti concordano: nei suoi 27 anni di pontificato, Giovanni Paolo II è riuscito a fermare l’onda della secolarizzazione che sembrava inarrestabile ovunque. Il suo grido ‘Aprite le porte a Cristo’ ha dato risultati. Una o due generazione di persone si sono avvicinate a Dio o hanno mantenuto la fede grazie al suo esempio. Questi risultati sono visibili ancora oggi in Polonia, dove nel 2016 c’erano quasi 3.400 seminaristi (con quasi 450 nuovi arrivati al primo anno di studi). Giusto per fare un paragone: in Germania nella diocesi di Monaco, che conta 1,7 milione di cattolici, i seminaristi erano 37 e un solo candidato al sacerdozio. Risultati confortanti anche per le ragazze entrate in noviziato in Polonia: 220, un numero importante se rapportato a quello di altri Paesi. C’è una statistica che conferma questa tendenza, frutto del lavoro di Stephan Bullivant, docente di Teologia e Sociologia delle religioni alla St. Mary’s University di Londra, da cui emerge che in alcuni Paesi europei diminuisce il numero di giovani credenti. In Repubblica Ceca, ad esempio, il 91% dei giovani non si identifica con nessuna religione, il 75% in Svezia, il 70% in Gran Bretagna, il 65% in Francia. Ebbene, in Polonia i giovani senza alcun credo sono ‘solo’ il 17%. Cioè l’83% dei giovani polacchi si identifica con la religione, che in grande maggioranza è quella cattolica. In Polonia i giovani sono ancora attratti dalle proposte della Chiesa, trovano ancora pastori capaci di dire la ‘verità’ usando il loro linguaggio. Questo lascito di Giovanni Paolo II può essere un dato interessante in vista del ‘Sinodo dei Giovani’”.

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