GIOVANNI PAOLO II VISTO DAL SUO SEGRETARIO DI STATO

Włodzimierz Rędzioch intervista il card. Angelo Sodano, decano del Collegio Cardinalizio, per lungi anni il piu stretto collaboratore del Papa “polacco”

Il Cardinale che mi riceve nel suo appartamento nel Collegio Etiopico nel cuore dei giardini Vaticano e una delle piu importanti figure della Curia Romana. Oggi il card. Angelo Sodano e decano del Collegio Cardinalizio, invece dal 1988 fino al 2005 e stato uno dei piu stretti collaboratori di Giovanni Paolo II, prima come Segretario per i Rapporti con gli Stati, poi come Segretario di Stato (funzioni che in modo semplicistico vengono paragonate a “ministro degli esteri” e “primo ministro” del Vaticano). Il card. Sodano insieme con il card. Joseph Ratzinger e il card. Camillo Ruini sono state delle “colonne” del pontificato di Wojtyła.
Questo diplomatico di carriera - nonostante gli 84 anni d’eta, che non dimostra – non ha perso niente della sua brillante intelligenza, acutezza dei giudizi e calma determinazione. E’ restio a concedere le interviste – la discrezione e una delle doti dei veri diplomatici – ma nell’occasione della prima festa liturgica del Beato Giovanni Paolo II ha deciso di parlare del suo lavoro per la Santa Sede e del pontificato del Papa “polacco”.

Włodzimierz Rędzioch: - Eminenza, Lei per tanto tempo si e occupato dei Paesi dell’Europa comunista. Si aspettava che nel 1978 da uno di questi Paesi sarebbe venuto il nuovo Pontefice?

Card. Angelo Sodano: - Si, e vero dal 1968 al 1977 collaboravo in Segreteria di Stato con il compianto Arcivescovo Agostino Casaroli (poi creato Cardinale dal Papa Giovanni Paolo II). Furono anni di grande impegno per aiutare i popoli dell’Europa centro-orientale a recuperare la loro liberta religiosa. Il Servo di Dio il Papa Paolo VI sentiva come dovere impellente aiutare i Vescovi, i cristiani e tutti gli uomini di buona volonta dell’Europa centro-orientale a vivere liberamente la loro fede. Ricordo bene quel periodo storico. Il Card. Casaroli prima di morire ce ne ha dato una visione sintetica in un suo bel libro: “Il martirio della pazienza”.
Gia allora imparai a conoscere bene la vitalita della Chiesa polacca, il coraggio dei suoi Pastori, la fortezza intrepida dei credenti. Vedevo gia allora che la grande personalita del Cardinale Arcivescovo di Cracovia era ben nota fra i Cardinali di Curia. Anch’io avevo gia conosciuto il Card. Wojtyła qui in Vaticano, in Segreteria di Stato, presentatomi un giorno dal compianto Cardinale Villot, allora Segretario di Stato. Me ne parlava pure con ammirazione Mons. Rubin, allora Segretario del Sinodo dei Vescovi e Mons. Deskur, allora Segretario della Commissione per le Comunicazioni Sociali (ambedue poi creati Cardinali dal Papa Giovanni Paolo II).
Per me non fu quindi una sorpresa la decisione dei Cardinali riuniti in Conclave.

- Che cosa significava per la Chiesa l’elezione di un Papa polacco?

- Per i giornali e le televisioni di quel tempo poteva significare una novita. Pero per chi ben conosceva la storia bimillenaria della Chiesa cio non suscitava meraviglia. Anzi faceva ricordare tutta la storia del Pontificato romano.
In ogni epoca storica lo Spirito Santo ha, infatti, suscitato un Successore di Pietro che meglio rispondesse alle necessita della Chiesa in un determinato periodo storico.
Proprio per questo i Cardinali del Conclave del 1978, dopo aver lungamente pregato ed invocato la luce dello Spirito Santo, devono aver visto l’opportunita di chiedere al loro Confratello Arcivescovo di Cracovia di voler accettare questo servizio alla Chiesa Universale. Egli, confidando nell’aiuto del Signore e nella materna protezione di Maria Santissima accetto questa pressante richiesta. E cosi la Chiesa ebbe questo grande Pontefice, che oggi noi veneriamo sugli altari.

- All’inizio del Pontificato di Giovanni Paolo II, Lei, da Nunzio Apostolico in Cile, dovette affrontare due grandi problemi: la crisi internazionale scoppiata fra Argentina e Cile riguardante la sovranita sul canale del Beagle e la situazione politica di quel Paese, guidato da un governo militare. Come riusci a gestire quei due casi?

- Certo, appena arrivato in Cile, a nome del Papa Giovanni Paolo II, dovetti subito interessarmi per la pace fra Cile ed Argentina.
Il problema territoriale fra i due Paesi limitrofi nasceva da una disputa secolare sulla sovranita nella zona australe, fra Atlantico e Pacifico. Problema certo reale, che poi si complico per la campagna nazionalista che si sviluppo nei due Paesi. Il pericolo di un confronto armato era imminente. Fu cosi che, prima del Natale del 1978, il Papa Giovanni Paolo II invio subito a Buenos Aires e poi a Santiago del Cile un suo Rappresentante straordinario, il Card. Antonio Samoré, che, in collaborazione con i due rispettivi Nunzi, inizio una paziente opera di mediazione fra quei due Governi.
Fu una mediazione che evito una guerra fratricida e porto poi le Parti a stringere un Trattato di pace e di amicizia, che ha assicurato un’epoca feconda di collaborazione fra quelle due Nazioni sorelle.
Con il governo militare del Cile seguii poi sempre la linea del dialogo, secondo le direttive del Papa. Ho avuto poi la gioia di preparare la visita del Santo Padre Giovanni Paolo II in Cile nel 1987. Fu una visita tutta all’insegna della riconciliazione. Il motto del compianto Pontefice fu: “El amor es más fuerte”, l’amore e piu forte delle divisioni politiche e dei conflitti sociali. E cosi fu. La visita del Papa contribui alla pacificazione della Nazione ed il nome del compianto Pontefice la e ricordato come il grande Apostolo della pace.

- Il Papa doveva stimarla tanto se nel 1988 La fece tornare per assumere l’ufficio di suo “Ministro degli Esteri”, e successivamente di Segretario di Stato. Lei divenne cosi il suo piu stretto collaboratore capo della Curia Romana che coadiuva il Sommo Pontefice nella sua missione. Potrebbe dirci come era il metodo di governo di Giovanni Paolo II?

- Nei 15 anni in cui fui Segretario di Stato del Papa Giovanni Paolo II ho sempre ammirato il suo grande equilibrio pastorale. Era una sintesi meravigliosa fra tradizione e modernita, alla luce dell’insegnamento di Gesu, che lodava, in una nota parabola, colui che sapeva trarre dal suo tesoro “cose vecchie e cose nuove”, “nova et vetera” secondo il bel testo latino del Vangelo di San Matteo.
Era poi un metodo di governo sempre ispirato ai grandi principi del Vangelo di Cristo, sempre guidato dalla luce superiore della fede.
In realta, anche per questo e stato dichiarato Beato dall’attuale Pontefice Benedetto XVI: per l’alta spiritualita che sempre lo guido nelle sue scelte pastorali, oltre che per la santita della sua vita personale.

- Giovanni Paolo II in breve tempo e diventato anche un grande leader mondiale. Come cio influenzo il lavoro della diplomazia della Santa Sede?

- Certo Giovanni Paolo II ha sempre sottolineato e valorizzato l’importanza della presenza della Santa Sede nella vita delle Nazioni e nelle Organizzazioni internazionali. Anzi durante i 26 anni di Pontificato del grande Successore di Pietro che oggi veneriamo sugli altari, la presenza della Santa Sede in campo internazionale si e molto rafforzata. Attraverso la rinnovata opera delle Rappresentanze Pontificie sparse per il mondo, il Romano Pontefice puo cosi contribuire a promuovere il progresso spirituale dei popoli, a difendere i loro diritti di liberta religiosa e favorire una pacifica convivenza internazionale.

- Tanta gente si pone la domanda: come mai un Papa mistico riusciva ad influenzare le sorti del mondo? Lei, Eminenza, cosa risponderebbe a tale domanda?

- Rispondo che queste sono le sorprese dello Spirito Santo, che sempre vivifica la Santa Chiesa. In realta, piu uno studia la storia piu uno vede che nei momenti piu difficili della vita della Chiesa, lo Spirito Santo ha suscitato uomini e donne di fede che hanno inciso profondamente nella societa del loro tempo. Cosi e avvenuto con i Successori di Pietro. Cosi e avvenuto con la vita e le opere del Papa Giovanni Paolo II. E’ la realizzazione di quanto professiamo nel Simbolo Apostolico, che ci parla dello Spirito che e “Signore e da la vita”.
Del resto, e quanto ci ha ricordato il compianto Pontefice in una delle sue celebri 14 Encicliche, l’Enciclica “Dominum et vivificantem” del 1986, in preparazione del Grande Giubileo del 2000.
Con questa visione di fede il Papa Giovanni Paolo II ci ha introdotto nel Terzo Millennio cristiano, proprio perché egli procedeva con una visione soprannaturale della storia umana.
Possiamo applicare a Lui cio che l’autore della Lettera agli Ebrei attribuiva a Mose, descrivendolo come colui che avanzava verso la Terra Promessa “come se vedesse l’Invisibile” (Ebr. 11, 27). Cosi visse e cammino Giovanni Paolo II verso l’eternita, “come se vedesse l’Invisibile”.

"Niedziela" 44/2011

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