PARLA EX DIRETTORE DELLA STAMPA VATICANA - LA VOCE DI GIOVANNI PAOLO II

RICORDI DI NAVARRO-VALLS

Włodzimierz Rędzioch: - Dal 16 ottobre 1978 al 2 aprile 2005: questi ventisette anni del pontificato di Giovanni Paolo II hanno segnato la vita di ogni cattolico della nostra generazione. Volevo incominciare la nostra conversazione chiedendo: cosa faceva in quel 16 ottobre di trentun’anni fa?

Prof. Joaqím Navarro-Valls: - Naturalmente seguivo a Roma l’elezione di Karol Wojtyla. E cercavo di capire il significato di quell’elezione nell’anno in cui avevo visto, in pochi mesi, tre papi. Tutto sembrava un poco irreale. E siccome dovevo informare di quei fatti, cercai di mantenermi sul piano dell’accaduto, di un realismo distaccato che, d’altra parte, non era facile di mantenere.

- Si aspettava che uno sconosciuto arcivescovo di Cracovia avrebbe dato una spinta nuova al papato, alla Chiesa e al mondo intero?

- Era sconosciuto per il grande pubblico ma non certamente all’interno della Chiesa. Vidi Giovanni Paolo II da vicino per la prima volta il giorno successivo alla sua elezione. Una mia fonte mi disse che il Papa sarebbe andato all’ospedale Gemelli. E andai direttamente li presentandomi come medico, il che, d’altra parte, era vero. Entrai nella stanza del card. Andrzej-Maria Deskur – che in quel momento era incosciente – e vidi il Papa a distanza ravvicinata. Il Papa non parlo molto in quei momenti, ma il linguaggio del corpo era molto eloquente. Con la sua giovinezza e quella sua spontanea naturalezza, tutto sembrava possibile: qualcosa di radicalmente nuovo era successo alla vecchia istituzione del Pontificato. Il futuro appariva aperto in tutte le direzioni.

- Quando vi siete incontrati per la prima volta, quali furono le sue impressioni di quell’incontro?

- Lo avevo accompagnato come giornalista nei suoi primi viaggi all’estero. Ma il primo incontro personale fu nel suo appartamento, a pranzo. Voleva dei suggerimenti sul modo di gestire la comunicazione della Santa Sede per fare chiaro ed incisivo il messaggio cristiano nella sfera pubblica ormai satura di messaggi e di offerte informative. Dissi quello che il quel momento mi sembrava piu conveniente. Qualche tempo dopo, con mia grande sorpresa, mi comunicarono che il Papa mi aveva nominato direttore della Sala Stampa della Santa Sede. Ebbi naturalmente i miei dubbi: il compito mi sembrava immane. Ma forse mi fidai di lui: era la scelta di un Papa e sembrava coerente accettarla cosi come era. Anche con i suoi rischi.

- Lei per piu di vent’anni ha lavorato per il Papa come direttore della Sala Stampa Vaticana (molti La ritenevano “portavoce del Papa”, cioe molto di piu di un capo della Sala Stampa). Quali furono i vostri rapporti in tutto questo lungo periodo?

- Erano, naturalmente, rapporti di lavoro che fecero possibile il mio compito. Ma accompagnandolo sempre nei viaggi, nelle sue vacanze, nei momenti di degenza in ospedale e in tante ore di conversazioni, ebbi l’opportunita di accedere ai suoi pensieri, al modo come vedeva il mondo, e anche un poco al suo rapporto personale con Dio. Era una ricchezza straordinaria che, con gli anni e le ore insieme, si apriva sempre di piu all’ammirazione ma anche in qualche modo all’amicizia.

- Come mai Giovanni Paolo II ci teneva tanto ai rapporti con i media?

- La domanda che lei pone si potrebbe facilmente rovesciare cosi: come mai i media ci tenevano tanto a Giovanni Paolo II? Perché in realta i giornalisti andavano, affascinati, dietro a Giovanni Paolo II quasi dall’inizio del Pontificato. La ragione di questo interesse , sono sicuro, era dovuto a quello che diceva ed anche al modo come lo diceva. Un messaggio antico – quello del Vangelo – manifestato in un modo che attirava l’interesse della gente. Anche molti non cristiani si sentivano attirati da quel messaggio come mai prima. La modernita, un poco tra l’arroganza e lo smarrimento, era interpellata da una visione insieme tremendamente umana e completamente spirituale. L’uomo dei nostri giorni, trovava alla fine un terreno solido da dove cominciare a capire se stesso ed il suo rapporto con Dio.

- Chi e diventato per Lei Karol Wojtyła?

- Un Papa, naturalmente. Ma anche una persona che ho amato molto dal punto di vista puramente umano. Qualcuno da chi ho imparato tanto. Un uomo eccezionale che ha avuto la generosita , per quelli intorno a lui, di aprirsi alla confidenza ed alla familiarita.

- Recentemente Lei ha detto che in tanti scritti riguardanti Giovanni Paolo II mancano non i fatti ma manca un vero ritratto dell’uomo Wojtyła. Allora come era quest’uomo che fu il Papa?

- Avrei bisogno di molto spazio per rispondere a questa domanda. Ma mi lasci dire una cosa concreta che non so se e molto conosciuta: era un uomo allegro. Aveva un ottimo umore. Nella sua espressione esterna era facile al sorriso, ma con gli anni, per la rigidita muscolare dovuta al Parkinson, questo sorriso esterno aveva finito per scomparire. Invece nel suo cuore aleggiava sempre la gioia. Non era soltanto un uomo emotivamente ottimista; era veramente allegro. Dove l’allegria piu che uno stato emotivo era una profonda convinzione.

- Che cosa significava per Lei la morte di Giovanni Paolo II?

- La fine delle sue sofferenze. Il ritorno a Dio di cui era pazzamente innamorato. Il momento del gozzo infinito per lui. Ricordo che in una conferenza stampa di quei giorni, una giornalista tedesca mi ha chiesto: “Le manca adesso Giovanni Paolo II?” Li ho risposto di “no”. E ho cercato di spiegarlo: “Prima, parlavo con lui una o due ore al giorno dipendendo delle circostanze del lavoro. Adesso posso parlare con lui ventiquattro ore al giorno…”

- Quale Chiesa ha lasciato il “Papa polacco”?

- Una Chiesa con piu speranza. Una Chiesa, dove a molti Dio sembra piu Padre, piu vicino e meno enigmatico.

- Di che cosa si occupa adesso l’ex-direttore della Sala Stampa Vaticana?

- Sono tornato alla vita Universitaria. Sono Presidente dell’Advisory Board dell’Universita Campus Bio-Medico di Roma. Sono anche Presidente della Fondazione Telecom Italia la cui finalita e finanziare progetti educativi, assistenziali e culturali di interesse per le persone e per la societa italiana. E scrivo commenti culturali e sociali in un giornale nazionale italiano.

- Pubblichera un giorno le sue memorie di quegli anni memorabili?

- Dovrei farlo. E’ per me come in imperativo morale. Ma e un lavoro che bisognera fare con calma.

"Niedziela" 20/2009

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