Quale Turchia visiterà Papa Francesco?

Nei giorni 28-30 novembre si svolgerà lo storico viaggio di Papa Francesco in Turchia, e in particolare ad Ankara e Istanbul. Lo scopo principale di questo viaggio è la partecipazione alla festa di Sant'Andrea, Patrono della Chiesa di Costantinopoli. Secondo la tradizione una delegazione vaticana prende parte alle celebrazioni del Patriarcato, così come i rappresentanti del Patriarcato di Costantinopoli sono presenti a Roma nel giorno della solennità dei Santi Pietro e Paolo. Questa volta sarà il Papa stesso a partecipare alla festa di Sant’Andrea. Ma il viaggio prevede tanti momenti significativi: visite al Mausoleo di Atatürk, fondatore della moderna Turchia, alla Moschea Sultan Ahmet, alla Basilica di Santa Sofia, trasformata in moschea e oggi adibita a museo, incontri istituzionali con il presidente turco e le autorità del Paese, la della Dichiarazione congiunta con il Patriarca Bartolomeo I.

Ma quale Turchia visiterà Franesco? Come è stata trasformata nell’ultimo decennio dal partito islamista l’AKP dell’attuale presidente Erdogan? Per rispondere a queste domande, ho incontrato il prof. Massimo Introvigne, sociologo, filosofo e scrittore italiano, fondatore e direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni (CESNUR), autore del libro “La Turchia e l’Europa”.

WŁODZIMIERZ RĘDZIOCH: – Quest’anno, il 10 agosto, nelle prime elezioni presidenziali ad elezione diretta nella storia della Turchia ha vinto già al primo turno l’attuale premier Recep Tayyip Erdogan con 51,8% dei voti, distanziando il candidato dell’opposizione laica Ekmaleddin Ihsanoglu (38,5%) e il candidato curdo (9,6%). Come si può interpretare la vittoria di un politico islamista? Questa vittoria vuol dire che l’islam politico ha vinto contro il laicismo di Kemal Atatürk, il padre della Turchia moderna e laica?

PROF. MASSIMO INTROVIGNE: – Nel 2005 ho scritto un libro in italiano sul partito di Erdogan, l'AKP, e un lungo articolo che introduce un manuale americano sullo stesso partito, dopo diversi soggiorni in Turchia. La vittoria elettorale dell'AKP importante è quella del 2002. Da allora sono dodici anni che l'AKP vince tutte le elezioni. Dal momento che la stampa occidentale non ha simpatia per questo partito, ogni volta assistiamo a previsioni di immancabile riscossa dei laici, che sono molto bravi a tenere contatti con i giornalisti europei. Ma sono meno bravi a vincere le elezioni, infatti le perdono sempre. Occorre che la stampa europea si rassegni. Più di ottant'anni di laicismo dell'Atatürk e dei suoi seguaci hanno certamente creato un ceto di intellettuali, militari e giudici – gli imprenditori sono invece divisi – che si considerano laici e non vogliono che l'Islam giochi un ruolo importante nella vita politica turca. Però questo ceto è minoritario. È rimasto al potere per decenni con i colpi di Stato militari, i brogli elettorali e gli interventi dei giudici che mettevano fuori legge i partiti islamici. Appena – paradossalmente per avvicinarsi all'Unione Europea, un antico ideale dei laici – le elezioni si sono tenute in modo onesto e senza interferenze dei militari e dei giudici l'Islam politico ha cominciato a vincere. E non ha mai smesso. Dobbiamo ritenere che corrisponda a un sentimento profondo della maggioranza della popolazione turca, che non è stata persuasa dal laicismo dell'Atatürk e chiede più religione nella vita politica e sociale.

– Erdogan ha vinto malgrado le accuse di corruzione rivolte ai suoi collaboratori e familiari, e malgrado gli attacchi, poco democratici, contro la magistratura. Come interpretare questo fatto?

– Occorre ricordare che storicamente la magistratura in Turchia non ha favorito il normale processo democratico – proprio perché temeva che portasse alla vittoria dei partiti islamici, sostenuti dalla maggioranza dei turchi – ma il perpetuarsi del potere della minoranza "illuminata" che si ispira all'Atatürk. Tra parentesi, molti giudici sono vicini alla massoneria, che è stata storicamente il volano del sistema laicista turco. Quanto alle accuse di corruzione, i turchi hanno una lunghissima esperienza di quanto fossero corrotti i partiti laici. Dunque continuano a votare gli islamici.

– Erdogan non nasconde che lui non rappresenta qualche ideologia ma l’islam turco-sunnita e dichiara apertamente che vuole far crescere una generazione non di buoni cittadini ma di musulmani devoti. Con Erdogan che rimane al potere non c’è rischio dell’ulteriore islamizzazione della Turchia a scapito della democrazia e della laicità?

– L'Islam politico turco è una realtà molto complessa. Erdogan vinse nel 2002 perché prese le distanze dai Fratelli Musulmani, rappresentati dal suo mentore politico Erbakan e provocò una scissione nel movimento islamista, che separò gli estremisti di Erbakan da una generazione di giovani sindaci di successo che comprendeva Erdogan e Gul. I turchi si fidarono di questo islam politico «moderato», anche se bisogna intendersi sul significato della parola «moderato». Un simbolo della laicizzazione di Atatürk era il divieto alle donne di indossare il velo nei luoghi pubblici. Le deputate dell'AKP e le mogli dei leader indossano il velo, talora in modo ostentato e provocatorio. Però si deve anche considerare che i sondaggi ci dicono che la maggioranza dei turchi è favorevole a che chi desidera indossare il velo lo indossi. Il velo alla turca non è certamente simile a quello saudita che nasconde il volto tranne gli occhi. I sauditi lo chiamano ironicamente «chaneldor» anziché «chador» perché come velo queste donne dell'AKP indossano spesso foulard di Chanel o di Valentino. Però al di là di queste battute la maggioranza dei turchi vuole uno Stato con un'identità islamica chiara e riconoscibile, ancorché senza gli eccessi dell'Arabia Saudita o di altri Paesi. Su come coniugare identità islamica, modernizzazione economica e democrazia ci sono contrasti all'interno dell'AKP, che è una realtà molto grande, contrasti di cui non tutto è sempre compreso dalla stampa occidentale. Gli oppositori di Erdogan all'interno dell'AKP non contestano affatto il principio dell'identità islamica dello Stato, intendono solo declinarlo diversamente. Inoltre quello turco è un Islam purale: per esempio molti oppositori di Erdogan all'interno del campo politico islamico sono vicini al grande movimento islamico di Fetullah Gülen, che rappresenta una sensibilità diversa rispetta a quella di Erdogan. Ma sempre all'interno dell'islam e di movimenti che vogliono un Islam che pesi e sia visibile nella società e nella politica. 

– Il primo gesto di Erdogan da presidente della Repubblica è stato di andare a pregare nella Moschea dei Sultani, Eyup, frequentata dai sultani nel periodo ottomano. Erdogan vuole diventare un moderno sultano?

– Secondo tutti gli studiosi dell'AKP una delle ragioni del suo successo elettorale è precisamente l'essersi inserito su una precedente corrente «ottomanista» che considerava il passato ottomano non qualche cosa di cui vergognarsi, come pensava l'Atatürk, ma una grande e gloriosa eredità da rivendicare. Alla maggioranza dei turchi questo piace molto.

– Con il Partito islamico per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) al potere è cambiata decisamente le linea della politica estera della Turchia (rottura dei rapporti privilegiati con Israele, irrigidimento nei rapporti con l’Europa, ruolo ambiguo verso l’offensiva dei terroristi dell’ISIS, nuove alleanze con i Paesi islamici, specialmente dove ci sono le popolazioni turcomanne). Cosa potrebbe dire a proposito?

Su questo punto ci sono state oscillazioni – non dimentichiamo che Erdogan è al governo da dodici anni – ma curiosamente l'AKP qui si pone in continuità con vecchie idee dell'Atatürk, che era «panturco» e sognava una «Grande Turchia» che unisse tutte le popolazioni di etnia turco-mongola, dalla Mongolia passando per l'Asia Centrale (Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan, Tajikistan, Kyrghizstan). Oggi non si tratta tanto di pensare a impossibili unioni politiche ma alla Turchia come potenza egemonica di tutta l'area panturca. Un'altra eredità dell'Atatürk che Erdogan non ha rinnegato è il forte timore delle aspirazioni dei curdi, che in Turchia rappresentano una cospicua minoranza, a fondare un loro Stato indipendente. Di qui una riluttanza ad appoggiare i curdi anche quando in realtà difendono indirettamente gli interessi della Turchia combattendo contro l'ISIS, che aspira a espandersi anche in territorio turco.
Nello stesso tempo, l'ottomanismo porta a considerare la Turchia come protettrice dei musulmani sunniti dove sono discriminati da governi a maggioranza sciita, come in Iraq, o da governi che rappresentano scismi della Shi'a, come il regime alauita della famiglia Assad in Siria. In Siria la minoranza alauita (15%) governa un Paese a maggioranza sunnita (80%) e rovesciare il regime alauita di Assad è da sempre un filo conduttore della politica di Erdogan. Quanto a Israele, anche qui i rapporti oscillano. Propagandisticamente, Erdogan sa che la maggioranza dei musulmani sunniti nel mondo detesta Israele, e per presentarsi come il loro alto protettore, deve usare un po' di retorica anti-israeliana. Che coesiste benissimo con rapporti politici e commerciali che non sono mai venuti meno. 

– Da anni la Turchia bussa alle porte dell’Unione Europea. Tanti ambienti politici caldeggiano l’ingresso della Turchia nell’UE per motivi economici, politici e demografici. Ma c’è chi lo fa per negare o sminuire le radici cristiane della costruzione europea. Non si può essere alleati della Turchia senza farla entrare nell’Unione Europea?

– Sì, certo. Ma dipende più dall'UE che dalla Turchia. La UE non ha ancora deciso bene che cosa vuole essere. Se è uno spazio economico e finanziario, la verità la disse un presidente della Confindustria italiana, e cioè che la Turchia è già più integrata economicamente e finanziariamente nella UE di quanto non lo siano la Grecia o il Portogallo. La Turchia è il secondo partner economico europeo sia della Germania sia dell'Italia. Se invece la UE volesse definirsi come spazio culturale e politico, riconoscendo come voleva San Giovanni Paolo II le sue radici, che sono cristiane, allora evidentemente i turchi sarebbero i primi a non volerne fare parte, pur mantenendo buoni rapporti e alleanze economiche. La domanda dunque non è tanto: sì o no alla Turchia in Europa? Ma: che cosa vuole essere l'Europa?

– Papa Francesco andrà a far la visita al patriarca ecumenico Bartolomeo in occasione della festa di sant’Andrea. Qual è la situazione della minoranza cristiana, erede della grande Chiesa del Bisanzio, nella Turchia di Erdogan?

– Se leggo le leggi turche, devo rispondere che sono le migliori possibili per una minoranza cristiana in un Paese a forte identità islamica. L'Unione Europea in tema di libertà religiosa ha chiesto alla Turchia una serie di modifiche legislative, e quasi tutte sono state introdotte. In realtà alcune limitazioni per le religioni in genere sono residuati del vecchio laicismo dell'Atatürk che l'AKP ha tutto l'interesse a smantellare. Tutto bene, allora? Non è proprio così. Una cosa sono le leggi, un'altra la loro applicazione e il costume. Ci sono state e talora ci sono ancora sentenze di tribunali turchi, specie lontani dalle grandi città, che manifestano un chiaro pregiudizio contro i cristiani. Ogni tanti i cristiani sono aggrediti da estremisti islamici e la polizia e i tribunali sono molto lenti e incerti nel punire questi estremisti. Non bastano le leggi, occorre anche applicarle. 
C'è anche il problema del riconoscimento delle responsabilità turche nel massacro degli armeni, che in Turchia è vietato per legge chiamare genocidio, e per legge dai tempi dei militari, ben prima di Erdogan. Nell'AKP non manca chi pensa che le posizioni sul punto potrebbero cambiare, perché dopo tutto del massacro degli armeni furono responsabili in modo primario governi laicisti e massonici, governi che facevano impiccare nello stesso tempo anche i leader dell'islam politico. Tuttavia la maggioranza dell'AKP e probabilmente anche dei turchi pensa ancora che riconoscere il massacro degli armeni in qualche modo creerebbe una macchia sulla storia e sull'identità turca in genere. Su questo Erdogan e i suoi oppositori laicisti la pensano in verità nello stesso modo, Tornano ai cristiani di oggi le leggi che li proteggono ci sono ma non sempre ed ovunque sono applicate. Ma perché le leggi siano applicate occorre che cambi il costume. Per questo la grande popolarità in Turchia di San Giovanni Paolo II – io stesso ho visto il suo ritratto in case di musulmani...che secondo la loro religione dovrebbero diffidare dei ritratti delle persone umane in genere – ha fatto più di tante leggi. Ma occorre proseguire sulla strada di un dialogo pratico, «della strada», del quartiere, e mi sembra che la visita di Papa Francesco, che esprime sempre grande rispetto per i musulmani, potrà dare un contributo positivo.

„Niedziela” 48/2014

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