PREGHIAMO PER LA CHIESA IN CINA

In occasione della Giornata mondiale della preghiera per la Chiesa in Cina, Włodzimierz Rędzioch parla con p. Bernardo Cervellera, direttore dell’Agenzia Asianews

Il 24 maggio è il giorno dedicato alla memoria della Beata Vergine Maria, Aiuto dei Cristiani. Ma dal 2008 in questa data, per volere di Benedetto XVI, si celebra anche la Giornata mondiale della preghiera per la Chiesa in Cina, che celebra quel giorno la Nostra Signora di Sheshan venerata nel santuario mariano nelle vicinanze di Shanghai. Nella Lettera ai cattolici cinesi, pubblicata nel giugno 2007, Il Santo Padre raccomandava che questa giornata divenisse “occasione per i cattolici di tutto il mondo di unirsi in preghiera con la Chiesa che è in Cina”. La Giornata della Preghiera dovrebbe spingerci anche a conoscere meglio la Chiesa cinese ed anche l’attuale situazione – politica, sociale e religiosa – di questo enorme e il più popoloso Paese del mondo (non ci scordiamo: tutto quello che succede in Cina influisce in qualche modo sulla vita di tutti noi). Alla vigilia del 24 maggio ha intervistato p. Bernardo Cervellera, fondatore e direttore dell’Agenzia Asianews, del Pontificio Istituto Missioni Estere, già missionario in Cina e grande conoscitore della sua Chiesa.

Włodzimierz Rędzioch: - L’ultima volta ci siamo incontrati per parlare della Cina in occasione dei Giochi Olimpici a Pechino. Allora tanta gente era convinta che partecipare alle Olimpiadi in Cina significasse dare l’appoggio al suo regime comunista liberticida e accettare il ruolo di potenza mondiale a questo Paese non democratico. Lei era contrario al boicottaggio delle Olimpiadi, sperando che questa grande manifestazione mondiale avrebbe aperto la Cina al mondo e l’avrebbe aiutato nella sua “democratizzazione”. Dalla prospettiva di un anno che cosa possiamo dire dell’impatto dei Giochi Olimpici sulla Cina?

P. Bernardo Cervellera: - Tutti noi speravamo che le Olimpiadi potevano servire a creare dei ponti di amicizia con il popolo cinese, invece i Giochi Olimpici sono capitati in un periodo di grande controllo della società. Per cui i giornalisti, anche se si diceva che erano liberi, sono stati spesso bloccati e alla gente di Pechino si consigliava di rimanere in casa per non incontrare gli stranieri. L’unica libertà era all’interno del villaggio olimpico, non all’esterno. I vescovi hanno ricevuto delle minacce per non avere contatti con gli stranieri. In pratica c’era una facciata di libertà e di bellezza rivolta al mondo e, allo stesso tempo, un controllo sociale molto forte. Per dare un esempio: le autorità hanno preparato tre parchi dove i cinesi avrebbero potuto manifestare, ma a nessuno è stato dato il permesso di farlo (le richieste sono state 86!).
Le Olimpiadi sono state anche un fallimento da punto di vista propagandistico. Via via si sono scoperti vari imbrogli degli organizzatori: la bambina che all’inaugurazione cantava in play-back, la presenza delle varie minoranze del Paese (in realtà erano tutti cinesi travestiti nei vari costumi regionali), la libertà solo per gli ospiti e il rigido controllo della società cinese.
Si è verificato anche un fallimento economico: i cinesi si aspettavano 2,5 milioni dei visitatori, invece sono arrivate circa mezzo milione di persone, ma questo era la conseguenza della cattiva immagine della Cina. Il turismo è calato molto perché la gente non vuole andare nel Paese che reprime i Tibetani e le altre minoranze, applica la pena di morte, e presenta un Paese che è altamente inquinato.

- Allora le Olimpiadi erano anche un fallimento per il Comitato Olimpico Internazionale, che ha deciso di assegnare l’organizzazione dei Giochi a questo Paese?

- Il CIO assegnò l’organizzazione dei Giochi Olimpici per migliorare il rispetto dei diritti umani, invece all’ultimo momento ha detto: “Noi non siamo un organizzazione non governativa allora non ci interessiamo dei diritti umani, a noi interessa lo sport”. Va detto anche che il CIO, che ha chiuso gli occhi sul problema dei diritti umani, ha guadagnato tantissimo sull’organizzazione dei Giochi a Pechino, molto di più che sulle precedenti Olimpiadi.

- La crisi economica ha sconvolto il mondo ed ha colpito anche la Cina. La dittatura del partito comunista cinese si regge su una specie di contratto non scritto con la società che prevede il benessere economico in cambio della rinuncia alla libertà politica e civile da parte della società. La crisi economica con la perdita di milioni di posti di lavoro può far vacillare questa stabilità sociale?

- Il presidente continua a predicare la “società armoniosa” ma in realtà la crisi economica sta incrinando la stabilità sociale. I ricchi rimangono un po’ meno ricchi, ma soffre tantissimo la classe media, operai e contadini. Le ditte chiudono perché non ricevono ordinazioni dall’estero (si parla del calo del 30% delle ordinazioni). Negli ultimi mesi dell’anno scorso nel Guangdong, la provincia più industrializzata della Cina, sono state chiuse almeno 60 mila piccole aziende (in Cina per “piccola azienda” si intende una fabbrica con 500 – 1000 operai). Questo vuol dire: gli operai senza lavoro, i migranti venuti dalla campagna per diventare ricchi che non hanno lavoro e che vengono rispediti in campagna.

- Si parla di 20 milioni di migranti senza lavoro…

- Ufficialmente sono 20 milioni, ma molti immigrati venivano impiegati in nero allora qualcuno nel Partito dice che potrebbero essere 40-50 milioni. E’ un grosso problema perché questa gente spesso ha perso il lavoro senza essere pagata, e non avendo ammortizzatori sociali spesso protesta. Una legge che hanno fatto in Cina (una specie di “statuto di lavoratori”) e che volevano varare il 1 gennaio 2008 non è stata applicata, perché le ditte non hanno soldi per rispettarla. Nel 2008 sono raddoppiate le cause di lavoro, cioè gli scontri con i proprietari delle ditte.

- Bisogna ricordare che nella Cina comunista non esistono i servizi sociali…

- Nella Cina lo stato non assicura niente ai cittadini, nemmeno la pensione o il servizio sanitario. Soltanto alcune ditte statali e straniere assicurano gli assegni famigliari o qualche pensione. Insomma la gente si deve arrangiare da sola.

- La crisi economica ha permesso di scoprire anche che una parte consistente del debito statunitense è in mano ai cinesi. Quali sono le conseguenze politiche ed economiche dell’interdipendenza della più grande potenza democratica del mondo e il più grande Paese del mondo che rimane una dittatura comunista (anche se “convertita” al più selvaggio capitalismo sul piano economico)?

- Le conseguenze sono che gli Stati Uniti e la Cina sono “condannati” a vivere insieme, cioè a cadere insieme o a risorgere insieme da questa crisi. L’enorme debito americano nei confronti della Cina adesso fa paura perché gli Stati Uniti continuano a stampare i dollari e questo fa temere che in futuro ci sarà una grande inflazione, quindi il dollaro perderà il suo valore. La Cina è terrorizzata che il crollo del dollaro farà crollare le sue riserve finanziarie. Ma anche gli Stati Uniti sono coscienti che in qualche modo dipendono dalla Cina che ha in mano il suo debito, allora cercano un compromesso: stanno dialogando con il regime cinese mettendo da parte il problema dei diritti umani. Nel frattempo la Cina, per rafforzare la sua moneta, sta comprando tonnellate d’oro.

- Si può ignorare la questione dei diritti umani in nome della necessità di fronteggiare insieme la crisi economica?

- Purtroppo, questa è la realtà. Quando Hillary Clinton è andata per la prima volta a Pechino da Segretario di Stato ha detto chiaramente: noi con la Cina possiamo parlare di tutto, anche dei diritti dell’uomo, basta che questo non intacchi i nostri interessi economici. E’ questo l’atteggiamento di quasi tutti i Paesi del mondo. Anche se in Cina c’è l’instabilità, anche se in Cina ci sono grosse tensioni sociali, io non penso che non potrà succedere qualche cosa, a meno che tutta la popolazione si sollevi.
La società è controllata strettamente dai militari. Quest’anno i militari hanno ricevuto la paga aumentata del 50% e il budget dell’esercito è stato aumentato del 17%.

- Quest’anno segna gli anniversari che mostrano il carattere totalitario e liberticida del regime comunista: i cinquant’anni della fallita rivolta dei tibetani e della definitiva annessione del Tibet alla Cina, i vent’anni dai tragici eventi di Piazza Tienanmen nel giugno 1989, la repressione del movimento spirituale Falun Gong dieci anni fa. L’occupazione del Tibet è uno dei più grandi scandali del mondo contemporaneo. Per la propaganda cinese si tratta di una provincia del Paese che da secoli appartiene alla Cina, la provincia che grazie all’intervento dell’esercito comunista ha rotto con il governo teocratico e il feudalesimo e si è avviato sulla strada della democratizzazione e dello sviluppo economico (il simbolo di questo sviluppo dovrebbe essere la linea ferroviaria che collega la città cinese di Xining con la capitale Lhasa). In pratica 50 anni di occupazione cinese significano la distruzione dell’identità del popolo tibetano, della sua cultura e dei suoi valori, la sistematica invasione della regione dai cinesi di razza Han, il tentativo di discreditare – nel mondo ed in Tibet - il Dalai Lama, capo dei buddisti tibetani. Cosa possiamo fare per la causa del Tibet?

- Il problema è che la questione del Tibet è completamente nelle mani della Cina: il Dalai Lama ha rinunciato allo stato tibetano come una cosa irrealizzabile, vuole rinunciare al suo potere politico, tenendo soltanto quello religioso, e ha detto che è disponibile a parlare con la Cina. A questa apertura del capo tibetano la Cina dice sempre “no”. Ma la cosa deplorabile è l’acquiescenza della comunità internazionale che per paura della Cina non invita il Dalai Lama e non dialoga con lui. Invece è giusto parlare della persecuzione di questa minoranza etnica che rischia il genocidio culturale. Se non si dà voce a questa minoranza – ed anche ad altre che ci sono in Cina – inevitabilmente si verificano i conflitti come abbiamo visto l’anno scorso.

- Vorrei parlare adesso della Chiesa cattolica. Quali sono gli attuali dati statistici riguardanti la Chiesa cinese?

- Secondo le stime, i cattolici in Cina sono circa 12-13 milioni di cui 5 milioni appartengono alla Chiesa ufficiale controllata dall’Ufficio per gli Affari Religiosi del governo. I vescovi della Chiesa ufficiale sono 79, quella “sotterranea” 49. I sacerdoti in totale sono 2200, le suore 3600. Si registrano molte vocazioni almeno 1700 seminaristi e 2500 novizie.
La Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi sta spingendo i cattolici “ufficiali” cinesi, specialmente i vescovi, a seguire le indicazioni del Papa nelle cose della fede, rimanendo buoni cittadini. Invece la Chiesa “sotterranea” cerca di riconciliarsi e tenta di non escludere tutti questi vescovi “ufficiali”, che, magari, anche se nominati dal governo si sono riconciliati con il Pontefice. C’è dunque un processo di riconciliazione dentro la Chiesa cinese: ci sono sempre più comunità che lavorano e celebrano insieme.

- Il regime cinese, come ogni regime totalitario, vuole controllare tutte le attività della società, compresa la sfera religiosa. Nel caso della Chiesa cattolica tale controllo avviene tramite l’Ufficio Governativo per gli Affari Religiosi e l’Associazione Patriottica (un’organizzazione laica che vorrebbe costruire una chiesa nazionale, “indipendente” dal Papa). Quali sono i metodi utilizzati da questi due soggetti governativi per sottomettere la Chiesa cinese al regime comunista?

- Non c’è aspetto della Chiesa ufficiale che non venga controllato, come la scelta dei professori nei seminari, le materie da insegnare, le nomine dei vescovi. Addirittura il permesso di far entrare nel seminario o nel convento viene dato dal segretario dell’Associazione patriottica, che spesso è un ateo. Poi il controllo delle finanze della Chiesa: è una cosa importante perché spesso i membri dell’Associazione Patriottica si sono appropriati dei terreni o dei beni ecclesiali.
Nella sua Lettera Benedetto XVI condanna nettamente gli scopi ed i metodi dell’Associazione Patriottica come una cosa contraria alla fede cattolica. Da allora l’Associazione non fa altro che organizzare gli incontri, i seminari con i preti e i vescovi che durano giorni ma anche i mesi per parlare dell’autonomia da Roma e lodare la politica religiosa del partito, insomma un “lavaggio di cervello” in piena regola. Allora, abbiamo i vescovi ufficiali sotto controllo e gli altri che possono essere arrestati in qualsiasi momento come illegali. Infatti, abbiamo vescovi scomparsi, in prigione o agli arresti domiciliari, sacerdoti nei lager.

- Le voci che ci giungono dalla Cina – anche quelle segnalate puntualmente dall’Agenzia AsiaNews – descrivono una situazione poco incoraggiante. E’ vero che negli ultimi tempi la situazione della Chiesa cinese sta peggiorando?

- E’ vero. C’è un indurimento del controllo e della persecuzione.

- Per che cosa dobbiamo supplicare la Beata Vergine Maria, Aiuto dei Cristiani, per i nostri fratelli cattolici in Cina?

- Lo diceva già il Papa nella sua Lettera: bisogna pregare affinché i cristiani “ufficiali” e “sotterranei” siano sempre più uniti tra loro e anche più legati al Pontefice. Dobbiamo pregare anche perché i cristiani cinesi possano dare la loro testimonianza in Cina e nel mondo. Ho notato un cosa nella Lettera: Benedetto XVI non consola solamente i cristiani, ricordando che i cristiani devono essere testimoni anche nelle persecuzioni, questa è la sorte dei cristiani da sempre, ma li spinge alla missione in Cina, in Asia e nel mondo.

- Tanti amici miei non comprano i prodotti cinesi spiegando che acquistando la roba cinese rafforziamo il più grande regime comunista esistente oggi nel mondo, che ha introdotto un capitalismo selvaggio senza regole, che tollera l’incalcolabile disastro ecologico nel nome dello sviluppo ad ogni costo, che reprime le libertà dei suoi cittadini, il regime che vuole distruggere la millenaria cultura tibetana, il regime totalitario che punta, nell’ultima analisi, sulla supremazia nel mondo. Sbaglia chi boicotta le merci dalla Cina per non rafforzare il suo regime totalitario?

- Mi fanno spesso questa domanda. Rispondo: “Provateci”, ma so che è difficilissimo, perché ormai la Cina produce tutto, e tutto il mondo è sommerso dalle merci cinesi. Allora io dico: utilizziamo i rapporti economici per premere sulle autorità in modo tale che garantiscano più libertà per la società e per la Chiesa, più diritti agli operai, più diritti d’espressione, ecc. Ci sono già ditte, in prevalenza americane, che fanno i contratti economici con la Cina ponendo una clausola etica, per esempio, chiedendo la liberazione di un dissidente o di un vescovo. E questa può essere una strada giusta.

"Niedziela" 23/2009

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