Intervista con sua emienza Georges Cottier, O.P.

Włodzimierz Rędzioch: - Eminenza, parliamo prima della storia: come si è arrivati allo scisma di mons. Marcel Lefebvre?

Card. Georges Cottier, O.P.: - Lo scisma di mons. Lefebvre si è consumato sotto il pontificato di Paolo VI, dopo il Concilio Vaticano II. Mons. Lefebvre cominciò con la fondazione di un seminario in Svizzera ad Ecône. I vescovi di Friburgo e di Sion all’inizio hanno detto “si” a questa iniziativa, vedendo nel progetto il modo di mantenere alcuni valori tradizionali, che si stavano perdendo nel periodo turbolento del dopo Concilio. Purtroppo, con il tempo si è rivelato il rifiuto del Concilio. Mons. Lefebvre, vescovo emerito di Dakar in Africa, che partecipò personalmente al Concilio, contestava gli insegnamenti conciliari nei seguenti campi: la libertà religiosa, l’ecumenismo, la liturgia e, dopo, il dialogo interreligioso. Tanta gente seguì mons. Lefebvre come reazione agli abusi liturgici compiuti nel periodo postconciliare. Il movimento di mons. Lefebvre si sviluppò nei vari Paesi ed ambienti, ma particolarmente nell’estrema destra francese (il vecchio movimento de l’Action française si richiamava sempre ai valori religiosi). Nel seminario mons. Lefebvre ha avuto parecchi seminaristi e, in seguito, ordinò dei sacerdoti. In un certo momento fece un ulteriore passo, ordinando dei vescovi. Nella Chiesa cattolica i vescovi sono nominati dal Papa e non si può ordinarli senza il suo permesso (nelle Chiese cattoliche orientali, i vescovi sono eletti dal sinodo, ma hanno sempre l’approvazione del Santo Padre). Con l’ordinazione illegale, anche se valida, dei vescovi, mons. Lefebvre cadde nella scomunica detta latae sententiae.

- In che cosa consiste la scomunica latae sententiae?

- La scomunica latae sententiae vuol dire che il fedele è colpito dalla scomunica in modo automatico, dopo aver commesso un grave delitto. Nel caso concreto della Fraternità di San Pio X il delitto era quello previsto dal can. 1382 del Codice di diritto canonico, cioè la consacrazione episcopale senza il mandato del Papa. La scomunica riguardava, sia il vescovo consacrante, sia i vescovi consacrati.

- Mons. Bernard Fellay, superiore della Fraternità San Pio X, ha ordinato dei diaconi e ha annunciato l’ordinazione dei nuovi sacerdoti. Queste ordinazioni sono valide?

- Tali ordinazioni sono valide ma non licite. Stupisce inoltre, che mons. Fellay, dopo la revoca della scomunica, abbia annunciato nuove ordinazioni sacerdotali.

- Giovanni Paolo II soffriva tanto per lo scisma e tentava di farlo rientrare…

- Lo scisma nella Chiesa è una ferita dolorosissima. Quando oggi si parla dell’ecumenismo, della volontà di ritrovare l’unità dei cristiani, non si può accettare l’esistenza di un nuovo scisma. Perciò Giovanni Paolo II creò la Commissione “Ecclesia Dei”, un organismo vaticano che ha il mandato ufficiale di mantenere i rapporti con la Fraternità di San Pio X e con coloro che ne sono usciti per rimanere in piena comunione con il Papa, e di lavorare per porre fine allo scisma. La presiede il cardinale colombiano Dario Castrillón Hoyos, prefetto emerito della Congregazione per il Clero.

- I quattro vescovi scomunicati hanno chiesto a Benedetto XVI il ritiro della scomunica, sottolineando il loro desiderio dell’unità e mostrando la sofferenza per la situazione attuale. Il Santo Padre ha tolto la scomunica ai quattro vescovi ordinati da mons. Lefebvre per accogliere la loro supplica in tal senso?

- Nelle discussioni, i vescovi si dichiaravano sempre cattolici e dicevano di soffrire molto della scomunica. Ma volevano mantenere anche la vecchia liturgia. Benedetto XVI ha fatto il primo passo allargando la possibilità, che già esisteva, di celebrare la messa e dei sacramenti nel vecchio rito con il Motu Proprio “Summorum Pontificum” (la messa che in modo sbrigativo viene chiamata semplicemente la messa latina, ma per essere precisi si tratta dell’uso del Messale di San Pio V, riformato da Giovanni XXIII – W.R.)
Adesso il Papa ha tolto le scomuniche che non vuol dire che i quattro vescovi sono reintegrati nella Chiesa cattolica, rimangono sospesi “a divinis”, ma viene tolto un ostacolo per il progresso delle discussioni. Il problema centrale è difficilissimo: la negazione della validità del Concilio Vaticano II. La comunione cattolica implica l’accettazione di questo Concilio così importante per la vita della Chiesa.

- Mi sembra che il punto focale del “caso” della Fraternità di San Pio X riguardi appunto l’interpretazione del Concilio Vaticano II. Ci sono dei cattolici che sostengono che l’ultimo Concilio sia un punto di rottura con il passato; essi parlano dell’”ermeneutica della discontinuità” (ermeneutica – interpretazione di testi antichi, in particolar modo della Bibbia). Invece Benedetto XVI sostiene che la Chiesa e la sua fede non possono cambiare e non sono cambiate e si sta impegnando a spiegare, come la fede della Chiesa, pur insidiata dalla tentazione della discontinuità e della rottura, non è mai andata soggetta a trasmutazione (questo diceva Benedetto XVI nel suo importantissimo discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005). Non Le pare che l’ostilità verso i lefebvristi di certi ambienti cattolici – chiamiamoli progressisti o liberali - nasconde un certo disagio verso il Papa, che predica l’”ermeneutica della riforma e della continuità”?

- A partire dal Concilio ci sono stati gli abusi in due sensi: conservatore e progressista, anche se non si è mai creata una Chiesa “progressista”.

- Su questo punto si può obiettare dicendo, che là dove i vescovi hanno interpretato il Vaticanum II in chiave fortemente progressista, la Chiesa è quasi sparita come in Olanda, Belgio o in certe zone della Francia.

- I cosiddetti progressisti erano spesso teologi o vescovi imprudenti che hanno parlato a nome proprio. Ma il Magistero non ha taciuto di fronte a questi abusi. La Congregazione per la Dottrina della Fede ha dichiarato molti dei loro libri ed idee incompatibili con la dottrina cattolica. Tornando al discorso dell’ermeneutica, l’interpretazione autentica del Concilio è data dal Magistero stesso di grandi Papi. Paolo VI terminò i lavori del Concilio e fece molto per applicare i suoi insegnamenti: creò molte nuove istituzioni, emanò tanti documenti e fece delle prediche del mercoledì per spiegare anche la vera ermeneutica conciliare. Anche Giovanni Paolo II sottolineava sempre che il suo mandato era applicare autenticamente gl’insegnamenti del Concilio. In questa direzione lavora anche il Papa attuale. Lei ha accennato al suo importantissimo e bellissimo discorso alla Curia Romana nel 2005 sull’interpretazione del Concilio e sulla corretta ermeneutica. E’ una critica di quelli che dicono che nella storia della Chiesa ci sia il periodo prima e il periodo dopo il Concilio. Insistere che l’assise conciliare fu un punto di rottura è una stupidaggine: basta ricordare che nei documenti conciliari il papa più citato è Pio XII, il pontefice ritenuto “pre-conciliare”! Se non ci fosse stato Pio XII non ci sarebbe stato questo Concilio. Allora questa è una delle prove della “continuità”.
D’altra parte il magistero deve dare risposte ai problemi d’ogni epoca (per esempio, un problema di oggi è il rapporto tra la Chiesa e lo Stato in tutti i Paesi del mondo) e alle minacce sempre nuove per la Chiesa. Ma si tratta degli aspetti pastorali. Questo Benedetto XVI lo ha spiegato benissimo.
Purtroppo, dopo il Concilio molti vescovi non si aspettavano le reazioni così forti e non hanno saputo reagire decisamente contro gli abusi (allora si parlava di “creatività”). La grande crisi che seguì fu una grande sorpresa, anche se la storia doveva insegnarci che dopo ogni Concilio si verificavano delle turbolenze.

- Ogni scisma dentro la Chiesa è un dramma tremendo: è come dividere il Corpo di Cristo, che ci ha detto di essere “uno”. Il tentativo di far rientrare l’ultimo scisma dei tempi moderni, come quello lefebvriano, non dovrebbe essere accolto con grande entusiasmo da tutti i cattolici?

- Il problema con lo scisma lefebvriano è che è una cosa recente, che la gente lo vive non come storia ma come attualità che ci tocca da vicino, spesso con una grande carica emotiva. Ho potuto constatarlo nel cantone Vallese della mia Svizzera, dove si trova il seminario di Ecône e dove il movimento di mons. Lefebvre ha diviso le famiglie. Per esempio, quando ci sono funerali o i matrimoni, ci sono spesso drammatiche discussioni e tensioni, se una parte della famiglia è “lefebvriana”. Allora si verifica la situazione paradossale che riusciamo a discutere pacificamente con i protestanti che sono molto più lontani dalla Chiesa cattolica, ma spesso sentono nostalgia dell’unità, che con i tradizionalisti che rimangono militanti e aggressivi (a Parigi addirittura occuparono con la forza una chiesa). Ma questo loro atteggiamento non cambia il fatto che rimangono i nostri fratelli nella fede. Allora dobbiamo appoggiare il Santo Padre nel suo tentativo di far finire lo scisma, che è una cosa bellissima e coraggiosa.
La storia ci insegna che se lo scisma perdura troppo diventa irreversibile: il movimento lefebvriano potrebbe diventare una specie di setta. Allora, bisogna agire senza perdere tempo.

- Parliamo adesso delle reazioni fuori dalla Chiesa. Non è una cosa stupefacente che i circoli liberali - teoricamente ostili ad ogni censura, ad ogni limitazione della libertà d’espressione, ad ogni “scomunica” - abbiano criticato il gesto di carità del Papa verso i vescovi lefebvriani, invocando appunto la censura?

- Si vede che i liberali quando agiscono con lo spirito partigiano diventano illiberali.

- Le tesi negazioniste del vescovo Williamson, uno dei quattro vescovi lefebvriani, hanno completamente distorto il significato della revoca della scomunica. Gli ambienti ebraici hanno reagito con una virulenza inaudita alla decisione di Benedetto XVI, come se non tenessero conto dei diversi piani della faccenda, cioè il piano ecclesiale, interno alla Chiesa, e il piano delle opinioni private, discutibilissime e, se vogliamo, da condannare. Questo è il risultato dell’incomprensione delle cose ecclesiastiche o piuttosto la mancanza di buona fede?

- Penso che prima di tutto si tratti d’incomprensione. La gente non sa che cosa vuol dire “togliere la scomunica”. Anche tanti cattolici pensavano che con la revoca della scomunica i lefebvriani fossero reintegrati nella Chiesa cattolica. La Chiesa ha tanti termini “tecnici” che andrebbero spiegati meglio alla gente. Come non si può capire il calcio, senza conoscere il significato di termini come “ammonizione”, “fuori gioco” ecc., allo stesso modo non si può capire l’agire della Chiesa senza conoscere il suo vocabolario. Questa ignoranza delle cose ecclesiastiche ha causato delle gravi incomprensioni. Insomma tutto doveva essere spiegato meglio e subito. La cosa che mi turba tanto è la coincidenza della soppressione della scomunica con le dichiarazioni del vescovo Williamson fatte mesi fa, che il Vaticano non conosceva.

- In Vaticano si ignoravano tali dichiarazioni negazioniste di Williamson, ma qualcuno le conosceva e sapeva tirarle fuori nel momento “giusto”, cioè in concomitanza con la revoca della scomunica…

- Possiamo fare delle ipotesi ma un fatto è certo: la Chiesa sarà sempre criticata e calunniata. Gesù l’ha detto: “Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”, allora non dobbiamo stupirci. Il maligno è il padre della menzogna.
Io sono in contatto con tanti amici ebrei. Dobbiamo dire che la Chiesa ha fatto tanti passi positivi nel dialogo con gli ebrei, ma la generazione attuale degli ebrei è marcata tremendamente dalla tragedia dello sterminio.
Nei progetti di Hitler la soppressione del popolo ebreo anticipava la distruzione della Chiesa: c’è un grande mistero in questo tentativo di distruggere il disegno di Dio. Negare tutto questo crea un grande disagio, non soltanto agli ebrei, ma anche alla coscienza cristiana.

- In seguito al “caso Williamson” nel mondo ebraico si sono alzate non soltanto delle critiche ma anche le richieste di rompere i rapporti con la Chiesa cattolica. Conosco degli ebrei che dicono: “Voi avete bisogno di noi; noi non abbiamo bisogno di voi”, sottolineando che i cristiani non possono rinunciare alle radici ebraiche della propria fede. Guardando al passato si ha anche l’impressione che gli ambienti ebraici utilizzino il dialogo con i cattolici in modo strumentale per promuovere i loro scopi contingenti: in passato gli incontri servivano per promuovere la causa di riconoscimento dello Stato d’Israele da parte dello Stato Vaticano, per allacciare i rapporti diplomatici tra i due stati, par cacciare le suore carmelitane e togliere le croci dalle vicinanze del campo di concentramento di Auschwitz, per combattere l’antisemitismo, ecc. Come allora dialogare con gli ebrei (faccio questa domanda a Lei, Eminenza, perché, essendo membro della Pontificia Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, è in Vaticano una delle persone più impegnate nel dialogo ufficiale con il mondo ebraico)?

- Non è giusto ridurre il dialogo ai problemi contingenti. Noi con gli ebrei facciamo un dialogo religioso. Abbiamo contatti con il Gran Rabinato d’Israele e parliamo di argomenti religiosi; c’è una ricerca comune. La frase: “Voi avete bisogno di noi; noi non abbiamo bisogno di voi” non è vera. La Chiesa ha ricevuto il Vecchio Testamento, ma la tradizione cattolica e protestante legge la Bibbia in modo differente dalla lettura che fanno i rabbini e la tradizione del Talmud. Non abbiamo soltanto la dipendenza storica, perché Gesù era ebreo e la Chiesa è nata in quel ambiente. Gesù era Messia d’Israele e penso che un vero dialogo teologico deve essere basato sui capitoli 9-11 della Lettera ai Romani. Il fatto che molti ebrei non riconoscono Gesù è un problema teologico. La speranza di San Paolo nel giorno della riconciliazione è anche la speranza della Chiesa. La Chiesa non è la negazione del popolo della prima alleanza, ma c’è un profondo legame tra loro. Giovanni Paolo II ha parlato dei “nostri fratelli prediletti”. Escono adesso molti dei libri interessanti sul significato teologico del popolo eletto per i cristiani.
Il problema è che gli ebrei – come d’altronde le società tradizionalmente cristiane – diventano sempre più secolarizzati, non credono più che i libri sacri sono la Parola di Dio. Quando non c’è più la fede il dialogo diventa politicizzato. Invece con gli ebrei credenti il dialogo è sempre fruttuoso, anche possono esserci degli attriti, ma c’è sempre le ricerca comune della volontà di Dio.

- Nell’ultimo libro di Anna Foa, storica e nipote del rabbino capo di Torino, suggerisce che la nuova identità ebraica non è legata alla fede ma ai due paradigma: la Shoah e lo Stato d’Israele…

- Questo è grave perché vuol dire che il mondo ebraico anche esso sta diventando secolarizzato. Allora gli ebrei cercano la loro identità non più nella Bibbia ma altrove. La cercano – come dice un intellettuale francese Alain Besançon – nella “religione della Shoah”. Per loro anche la nascita dello Stato d’Israele è un fatto epocale con cui identificarsi. Se non c’è più la trascendenza, conta soltanto la storia e la politica.

- Per Gary L. Krupp – ebreo e presidente della Fondazione Pave The Way, con sede a New York, che si dedica a promuovere la tolleranza e la comprensione tra le religioni attraverso lo scambio culturale e intellettuale – i mezzi di comunicazione di tutto il mondo “hanno diffuso una versione sensazionalista e incompleta” del caso dei vescovi lefebvriani, un'omissione che “ha fornito titoli, ha rifornito di combustibile la controversia e ha promosso la reazione negativa”. Non Le sembra che l’ennesima volta i media mondiali hanno reagito con l’atteggiamento di pregiudizio e l’ostilità verso la Chiesa cattolica (il prof. Jenkins chiama l’anticristinesimo: l’ultimo accettabile pregiudizio nel mondo di oggi)?

- E’ evidente che qualcuno ha voluto toccare un argomento sensibilissimo, come la negazione dello sterminio, per colpire la Chiesa, per creare dei sentimenti anticatolici. In tutto questo la grande responsabilità è prima di tutto dei mass media. Sbattere sulla prima pagina i titoli tipo: “Il Papa toglie la scomunica ad un vescovo che nega l’olocausto” è un abuso. Questa non è l’informazione ma la manipolazione! Se il Papa avesse saputo che questo vescovo è negazionista, non gli avrebbe tolto la scomunica.

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