DOBBIAMO DIRCI CRISTIANI – PAROLA DI UN LIBERALE

Sen. Marcello Pera parla con Włodzimierz Rędzioch del suo novo libro

I primi di dicembre è stato pubblicato il nuovo libro del senatore Marcello Pera intitolato “Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l'Europa, l'etica”. L’opera è accompagnata dalla lettera che Benedetto XVI ha scritto all’Autore. E’ un fatto molto raro e significativo, ma per il filosofo italiano non nuovo, tenendo conto che il suo rapporto con il card. Joseph Ratzinger/Benedetto XVI ha già una lunga storia. Il primo atto di questa serie sono le due conferenze che il Presidente Pera e il Cardinale Ratzinger hanno tenuto rispettivamente il 12 e il 13 maggio 2004 all'Università Lateranense e nella Sala del Capitolo del Senato. A queste due conferenze fece seguito lo scambio di due lettere di approfondimento e il tutto è stato pubblicato ancora nel 2004 da Mondadori in un libro dal titolo Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, islam: come si vede, sono almeno in buona parte i temi del libro che presentiamo questa sera e della lettera del Papa. Poi Benedetto XVI affidò a Marcello Pera l'introduzione al suo libro L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture, uscito nel maggio 2005 presso l'Editore Cantagalli, che raccoglieva alcuni suoi interventi da Cardinale, tra cui l'ultimo pronunciato a Subiaco il 1° aprile 2005, il giorno precedente alla morte di Giovanni Paolo II, nel quale era contenuto l'invito, rivolto agli amici non credenti, a cercare comunque di vivere e indirizzare la propria vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. E il Presidente Pera intitolava la sua introduzione "Una proposta da accettare". Ancora, il 15 ottobre 2005, in occasione di un convegno della Fondazione Magna Carta su libertà e laicità, Benedetto XVI inviò al Presidente Pera una lettera assai significativa nella quale proponeva una laicità "sana" e "positiva".

- Sen. Pera, quando ha conosciuto l’attuale Pontefice e che cosa significa per Lei, filosofo laico, il rapporto con Joseph Ratzinger, sacerdote, teologo ed oggi, Papa?

- L’ho conosciuto dopo che fui eletto Presidente del Senato italiano nel 2001. Ho da subito apprezzato la sua vasta cultura e la sua logica. Per me ha avuto un grande significato non solo personale ma anche intellettuale. Da filosofo delle scienza ho sempre avversato il relativismo epistemologico di certa parte della filosofia contemporanea. Incontrando Ratzinger e approfondendo i temi da lui stesso affrontati in questi anni ho spostato la mia attenzione sul relativismo morale. Ricordo anche che il relativismo fu oggetto di un incontro privato per me memorabile che ebbi con Giovanni Paolo II.

- Già il titolo del suo libro indica i maggiori argomenti che Lei affronta. Primo di essi è „il liberalismo”. Esiste un liberalismo che non è anticristiano, che non percepisce il cristianesimo come una forza retrograda, avversa al progresso dell’uomo e della società?

- Il vero Liberalismo non è anticristiano. Di più. Il liberalismo deve riconoscere il suo debito culturale nei confronti del cristianesimo. Due valori cardine del liberalismo derivano proprio dalla Bibbia. Primo: Dio ci ha fatto a sua immagine e somiglianza: così e’ nato il concetto di dignità della persona. Secondo: Dio ci ha svelato la verità: da ciò derivano la responsabilità e la libertà. Friederich von Hayek, uno dei più grandi pensatori liberali, una volta disse: «Sono convinto che, se la frattura fra il vero liberalismo e le convinzioni religiose non sarà sanata, non ci sarà alcuna speranza per la rinascita delle forze liberali».

- Per Benedetto XVI oggi il relativismo è uno dei mali dell’Occidente, ma per la maggioranza dei liberali, è il „fondamento” della democrazia. Lei cosa ne pensa?

- Il relativismo è la dottrina di chi ritiene che ogni idea, azione, credenza sia degna di rispetto e vada tollerata per il solo fatto che, essendo espressione del modo di pensare di una certa comunità, può essere giudicata solo mediante criteri interni a quella comunità. In altri termini, non esistono valori e criteri di valore validi per tutte le culture. Tutto si può dire e fare se qualcuno lo dice e lo fa. Sembra il trionfo della libertà assoluta, ma non è così. Fermiamoci a ragionare. Pensiamo a gruppi o intere comunità che praticano l’infibulazione, la poligamia, i matrimoni combinati, oppure l’incesto, l’eugenetica o la legge del taglione. Io non credo che noi dovremmo tollerare queste pratiche in nome dell’idea relativistica che ciascuno ha le proprie credenze. In particolare, credo che la democrazia abbia bisogno di valori fondativi che non possono essere messi in discussione. Dopotutto, se fossimo davvero relativisti, che senso avrebbero le carte internazionali dei diritti umani, che tutti in Occidente, relativisti compresi, vogliono? I relativisti si contraddicono: negano quello che predicano.

- Da mezzo secolo assistiamo al processo dell’unificazione del nostro continente. L’impulso a questo processo fu dato dall’azione di politici cattolici come Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Robert Schuman, che volevano creare un’Europa pacificata ed unita con l’anima cristiana. Oggi nel parlamento dell’Unione Europea domina il blocco delle forze politiche ed ideologiche – socialisti, comunisti, verdi, radicali ed anche liberali – che hanno la visione del mondo e dell’uomo opposta al cristianesimo (lo riflettono leggi e documenti „prodotti” a Bruxelles). Che cosa è successo con il nostro continente in questi ultimi decenni?

- È successo che l’Europa, a differenza dell’America, ha dimenticato le proprie radici cristiane, ha mortificato la propria identità. Ormai imperversano il relativismo e il laicismo che tentano di ghettizzare l’elemento religioso. Questo è un errore perché la religione cristiana ci ha dato alcuni dei principi cardine della nostra civiltà che ci hanno permesso di costruire le nostre democrazie liberali. Non a caso, quando l’uomo ha espulso la religione dalla società – durante il nazismo e il comunismo - ha trasformato il mondo nell’inferno. Il paradiso in terra è un ideale che non può mai essere completamente soddisfatto. Ma nei periodi in cui siamo tornati pagani noi abbiamo costruito l’inferno in terra. Giovanni Paolo II aveva ben visto questo esito possibile in Europa, purtroppo questa è una battaglia che non gli riuscì di vincere.

- La Polonia non ha recentemente una buona stampa in Europa: siamo visti come „europeisti” tiepidi e critici. In realtà a tanti Polacchi non piace il posto che viene riservato nell’UE alla Chiesa, al patrimonio cristiano del continente, ai politici cattolici (vedi caso Buttiglione), insomma non piace come vanno le cose a Bruxelles. Per tanti Polacchi questa UE assomiglia troppo alla costruzione del vecchio blocco comunista. Sbagliano?

- Non sbagliano. E non e’ un caso se anche un’altra nazione fieramente cristiana come l’Irlanda ha bocciato la costituzione europea. I capi di stato e di governo europei queste cose le sanno e perciò si comportano da dittatori “illuminati”: non ci fanno mai discutere, partecipare, votare. Lavorano in “vertici” chiusi e costruiscono un’Europa senza il popolo europeo. Il risultato è che questa Unione Europea cosi’ come e’ – priva di ideali, senza riferimenti culturali, senza una politica estera comune – non piace e non entusiasma nessuno. E’ solo un centro di regolamentazione burocratica. Un giacimento di regolamenti che ingessano la vita degli europei senza migliorare effettivamente la vita dei cittadini europei. O l’Europa decide di ripartire dalla sua identita’ e salvaguarda le proprie radice politiche, religiose e culturali oppure sara’ inevitabilmente condannata a soccombere sullo seenario mondiale rispetto a contendenti che, invece, sono ben attenti a valorizzare le proprie identita’. Lo dico anche diversamente: o l’Europa diventa un autentico bisogno degli europei, una necessità, un ideale per cui è giusto lottare, oppure sarà avvertita come un ostacolo e un mito vuoto. Quei politici e intellettuali, penso in particolare al “patriottismo costituzionale” di Habermas, che vogliono costruire la Costituzione europea su principi astratti scritti su una carta a cui nessuno ha diritto di partecipare dovrebbero ricordarsi dell’America, della sua Dichiarazione di indipendenza e Costituzione. E se volessero per una volta riflettere sulla identità europea e sul ruolo della religione cristiana nella fondazione dei diritti fondamentali, pensino alla Costituzione polacca.

- Uno dei miti della sinistra europea oggi è il multiculturalismo. La sinistra ed anche certi ambienti liberali dicono che non possiamo insistere sulle radici cristiane del continente e sul ruolo del cristianesimo perché l’Europa è già e sarà sempre di più multireligiosa, multietnica e multiculturale. Siamo condannati a perdere la nostra identità cristiana per costruire la società multiculturale?

- Uomini, popoli e culture differenti possono e devono convivere e mischiarsi, ma le identita’ su vasta scala vanno preservate e i valori della nostra civilta’ vanno difesi. Il multiculturalismo e’ l’altra faccia del relativismo: tutto uguale, tutto indistinto, nessuna scala di valori, solo costumi locali e diritti di gruppo.

- Oriana Fallaci, la sua grande connazionale, passò gli ultimi anni della sua vita scrivendo i libri nei quali ci metteva in guardia contro il pericolo dell’islamizzazione dell’Europa. Anche Lei avverte tale pericolo?

- L’Islam e’ una grande civilta’ che ovviamente non va demonizzata o avversata nel suo complesso. Gli islamici che arrivano in Europa rimangono fieramente ancorati alle proprie radici e tendono a costruire degli “islam nazionali”. Questo è comprensibile e anche ragionevole, diventa invece rischioso quando gli islam nazionali non riconoscono valori e princìpi tipicamente europei, perché ciò crea ostacolo all’integrazione. Gli europei dovrebbero insistere nella difesa della loro identità, come è iscritta nelle loro costituzioni, invece sembrano vergognarsi delle loro radici e le mortificano. Non solo non lavorano per integrare davvero gli immigrati. In piu’ evitano di chiedere che gli stessi Paesi islamici da cui arrivano gli immigrati garantiscano la liberta’ religiosa ai cristiani che vi risiedono. C’e’ una pericolosa asimmetria che rischia di indebolire l’Europa.

- Torniamo all’argomento centrale del suo libro. Lei spiega perché bisogna riconoscere il legame tra il vero liberalismo e il cristianesimo. Potrebbe spiegarlo in modo conciso anche ai nostri lettori?

- Dal cristianesimo son scaturiti i valori che hanno fatto grande la nostra civiltà. E il liberalismo si fonda su quei principi. Attaccare il cristianesimo, mortificarlo, costringerlo nella sfera privata, indebolisce anche quei valori di cui parlavo prima – la dignità della persona e la libertà – di cui si nutre liberalismo. Tagliate le radici, tradito il liberalismo che ci ha reso prosperi e liberi, che cosa rimarrà della nostra civiltà? Per questo, tutti, anche i non credenti, devono riconoscersi nel cristianesimo da un punto di vista culturale e dei valori. “Devono”, naturalmente nel senso “se vogliono salvare le libertà di cui godono”.

- Lei ha accolto l’appello del card. Ratzinger rivolto ai non credenti di vivere veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. Convincerà gli altri a seguirLa?

- Con questa proposta molto importante, Papa Ratzinger si è posto all’avanguardia nel rapporto con i laici e i non credenti rispetto a tutti i suoi predecessori. Esortandoci a seguire l’esortazione filosofica e morale di Pascal e Kant di vivere "come se Dio esistesse" (velut si Deus daretur) ha aperto un ponte verso tutti gli uomini che non hanno avuto il dono della fede. Personalmente, la ritengo una soluzione condivisibile perché lungimirante: in questo modo possiamo essere responsabili delle nostre azioni. Se Dio esiste, ci sono limiti che dobbiamo darci e rispettare. Nell’affrontare la vita di ognuno di noi, nell’approvare leggi, nell’organizzare la società, non possiamo conferirci un potere e una libertà assoluti. Ci sono limiti che dobbiamo darci e c’è un orizzonte di valori che non dobbiamo mettere in discussione. La negazione del cristianesimo agisce come una droga: lì per lì provoca euforia e senso di onnipotenza, poi genera frustrazione e depressione.

"Niedziela" 5/2009

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