ANNO SANTO PAOLINO

La Chiesa in Turchia invita tutti i cattolici a visitare i luoghi paolini in Asia Minore

Włodzimierz Rędzioch parla con mons. Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia e presidente della Conferenza Episcopale della Turchia.

Włodzimierz Rędzioch: - Il 28 giugno dello scorso anno Benedetto XVI, nel corso della celebrazione dei Vespri della solennità dei santi Pietro e Paolo nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, annunciava l’indizione di uno speciale Anno Paolino. L’Anno inizierà il prossimo 28 giugno e durerà 12 mesi. I vescovi turchi hanno reagito a questo invito emanando una speciale Lettera che il 24 gennaio, il giorno della conversione di San Paolo, è stata letta in tutte le chiese.
Mons. Padovese, come mai avete aderito all’iniziativa del Santo Padre con così grande entusiasmo?

Mons. Luigi Padovese: - Nella nostra Lettera abbiamo spiegato perché l’Anno Paolino è così importante per la Chiesa in Turchia. Abbiamo scritto che san Paolo è “patrimonio di tutti i discepoli di Cristo”, ma lo è in maniera particolare dei cristiani della Turchia, “figli della terra che lo ha visto nascere, predicare Cristo senza sosta, e testimoniarlo in tante prove”.

- Insomma ricordate a tutti i cristiani che Paolo è nato a Tarso, che si trova nell’odierna Turchia e che è figlio della vostra terra…

- Appunto. Durante l’Anno Paolino si festeggia l’anniversario della sua nascita: lui è nato qui e la buona parte del suo ministero e dei suoi viaggi, Paolo li ha svolti proprio in questo territorio che oggi si chiama “Turchia”.

- Permetta di citare la vostra Lettera: “Fu qui che egli percorse, in meno di trent’anni, la maggior parte delle dieci mila miglia dei suoi viaggi. Soprattutto qui sperimentò ostilità, pericoli mortali, carcere, privazioni d’ogni genere, pur di annunciare Gesù Cristo ed il suo Vangelo”.

- Allora, la prima ragione che ci lega all’Apostolo è, direi, “geografica”, ma non soltanto questa: in fondo il messaggio di Paolo è nato a contatto con le comunità locali. Pensiamo alla Lettera ai Galati, ai Corinti, ai Tesalonicesi, agli Efesini, ai Colossesi, ecc. Oggi, come ai tempi di Paolo, noi cristiani siamo diventati la sparuta minoranza nella società di maggioranza islamica.

- La Chiesa cattolica ha coinvolto nell’iniziativa del Papa anche i cristiani non-cattolici della Turchia?

- Ho incontrato il patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli, il patriarca della Chiesa armena apostolica Mesrob II Minas-Vartan Mutafyan ed il metropolita della Chiesa siro-ortodossa Filuskinos Yusuf Cetin. Il 25 gennaio, giorno della conversione di Paolo, si è svolta a Tarso una cerimonia ecumenica a cui hanno partecipato anche le personalità delle altre Chiese. Tutti mi hanno mostrato grande disponibilità e la volontà di collaborare.

- Quale programma per i dodici mesi dell’Anno Paolino avete preparato?

- L’apertura solenne avrà luogo il 21 giugno a Tarso con i discorsi ufficiali delle autorità turche, dei rappresentanti delle diverse Chiese ed una liturgia ecumenica. Il 22 nella chiesa-museo di San Paolo, sempre Tarso, ci sarà la celebrazione eucaristica presieduta dal card. Walter Kasper, presidente della Pontificia Commissione per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Successivamente, in estate, stiamo preventivando un’incontro internazionale di giovani. Un altro incontro: il pellegrinaggio nazionale dei cattolici turchi ad Antiochia e Tarso. Invece nei giorni 22-24 giugno a Tarso ed a Isenderun, si terrà un simposio sull’apostolo Paolo. Allora avremo le varie attività di carattere religioso, culturale ed ecumenico.

- Le autorità turche collaborano con voi nei preparativi di quegli eventi?

- Le autorità turche locali e centrali riconoscono l’importanza che san Paolo ha per i cristiani. Il problema rimane la mancanza d’una chiesa a Tarso. Attualmente, la storica chiesa dedicata all’Apostolo è un museo, che si può visitare, dove si può anche celebrare la santa Messa, previo avviso. A me, come vescovo del luogo, sta a cuore che i cristiani possano avere un luogo di culto dedicato alla memoria dell’Apostolo. Un conto è celebrare in una chiesa, un conto in un museo.

- Non è un caso isolato?

- No. Tanti antichi luoghi di culto cristiano sono stati trasformati in musei con la possibilità di visitarli da parte di turisti e di pellegrini. Ma non sono più luoghi di culto.

- Parlando dell’apostolo Paolo non possiamo non parlare della sua azione missionaria. Oggi, nel mondo musulmano, seguire l’esempio di Paolo è quasi impossibile. Tutti i cristiani che vivono nel contesto musulmano maggioritario, sottolineano un fatto: il massimo che si può ottenere nei Paesi musulmani è la libertà di culto. Non esiste la libertà di coscienza e la libertà di evangelizzare. Come è la situazione in Turchia?

- In Turchia, in linea di principio, esiste la libertà di culto e la libertà religiosa, quindi è ammesso anche – a differenza di altri Paesi - il cambio di religione. Però, diventare cristiano per un musulmano è visto come un atto di apostasia. Allora il problema non è tanto nelle leggi, ma piuttosto nella consolidata cultura che vede questo passaggio dall’islam ad altre religioni come apostasia.
Paolo ha saputo apprezzare nel discorso agli Ateniesi il fatto che erano gli uomini in ricerca. E’ vero che annunciava Gesù Cristo, ma è partito da base, direi, di simpatia nei confronti di molti uomini che cercano Dio. Io penso che su questa base anche noi possiamo iniziare il dialogo con il mondo musulmano. Poi, se questo dialogo diventa il dialogo delle opere, allora molte parole diventerano anche inutili.

- Eccellenza, io l’ho intervistata subito dopo l’assassinio di don Andrea Santoro. Allora la situazione per i cristiani in Turchia era molto pesante. Che cosa è cambiato da quei drammatici eventi?

- Mi pare che da parte delle autorità centrali ci sia un atteggiamento più positivo verso il cristianesimo, che non è né di diffidenza, né di ostruzionismo. Allora, mi sembra che ci sia la volontà di dare una maggiore visibilità alle minoranze (in Turchia non c’è soltanto la minoranza cristiana): questa è la mia impressione al momento attuale. E’ chiaro però che all’interno della Turchia, che è un Paese con molte anime, c’è anche un atteggiamento alquanto ostile. Questo è l’atteggiamento d’alcuni gruppi che hanno identificato l’islam e la “tuchicità” come elementi indissociabili. Secondo costoro si è un buon turco soltanto se si è musulmano sunnita. Chi vede le cose in questi termini, evidentemente non accetta che possa esistere la realtà cristiana all’interno del Paese, e se esiste, deve essere marginalizzata.

- I cristiani che vogliono scoprire le radici della loro fede, di solito fanno i pellegrinaggi in Terra Santa, Terra di Gesù. Spesso ci si dimentica che noi cristiani abbiamo anche le nostre radici nell’Asia Minore (odierna Turchia) dove è nata la Chiesa e dove fiorivano le comunità cristiane. L’Anno Paolino non dovrebbe aiutarci a riscoprire la nostra “seconda” Terra Santa in Asia Minore?

- E’ vero che le radici del cristianesimo si trovano in Palestina, però il suo tronco si trova in questa terra che ha visto nascere san Paolo Apostolo e san Luca Evangelista, i grandi padri che hanno illuminato la Chiesa. Allora, per scoprire il “tronco” del cristianesimo bisogna andare in Turchia nei luoghi che conosciamo dagli Atti degli Apostoli e dalle Lettere di Paolo.

- Ma, secondo me, la Chiesa in Turchia fa abbastanza per promuovere il pellegrinaggio nei luoghi santi dell’Asia Minore?

- Ha ragione. Ma bisogna tener conto che siamo la Chiesa povera, senza mezzi e personale, che fa fatica ad andare avanti. Direi che noi ci troviamo in una situazione peggiore di tante Chiese del Terzo Mondo.
In occasione dell’Anno Paolino abbiamo mandato la nostra Lettera, di cui parlavo all’inizio, a tutte le Presidenze della Conferenze Episcopali d’Europa e speriamo in questo modo di far ricordare a tutti l’importanza della nostra terra per il cristianesimo.

- Speriamo che l’Anno Paolino permetterà a tanti cattolici di riscoprire questa terra affascinante che è anche terra cristiana.

"Niedziela" 24/2008

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