Intervista con P. Pasquale Borgomeo S.I.

Włodzimierz Rędzioch: - Nella Congregazione generale che si apre il 7 gennaio, dopo oltre 24 anni di servizio, il Superiore generale dei gesuiti, Peter-Hans Kolvenbach, rassegnerà le sue dimissioni: come mai il superiore generale lascerà l'incarico prima della morte, come richiede la tradizione della Compagnia dell’elezione “ad vitam”?

P. Pasquale Borgomeo S.I.: - E’ vero che per la prima volta in quasi cinque secoli il Superiore generale si dimetterà dall’incarico. Ma le dimissioni di p. Kolvenbach non cambieranno la tradizione, che vuole il generale a vita. Nella Compagnia si discuteva se limitare la durata del mandato o se imporre il limite dell’età oppure se continuare l’elezione a vita. I gesuiti e il Papa stesso hanno deciso di seguire le costituzioni, cioè eleggere il superiore a vita, con la possibilità di chiedere alla Congregazione generale le dimissioni dopo aver ottenuto il nulla osta dal papa (teoricamente, la Congregazione potrebbe anche non accettare le dimissioni). Questa possibilità è legata ad una serie di condizioni che fanno sì che ogni superiore cominci il suo mandato come se dovesse governare a vita. Sant’Ignazio, parlando dell’elezione a vita del superiore, porta tutta una serie di motivi che sono ancora validi. Naturalmente, si è allungata la vita media della gente e i cambiamenti della vita si sono accelerati molto. Questi due fattori possono produrre una certa inabilità del Superiore generale a governare la Compagnia. P. Kolvenbach ha preso la decisione delle sue dimissioni, tenendo conto della sua età (fra poco compirà 80 anni) e delle sue condizioni di salute.
Volevo aggiungere che il Superiore generale è munito di forti poteri, ma non governa da solo: lo accompagnano quattro assistenti generali nominati dalla Congregazione. In più, viene nominato un ammonitore, cioè una persona di provata saggezza spirituale che mette in guardia il superiore quando gli sembra che lo stesso stia sbagliando, anche sul piano del comportamento personale e spirituale. La struttura del governo della Compagnia è stata studiata e, qualche volta, presa ad esempio dalle istituzioni non religiose anche per il suo realismo e pragmatismo.

- Dopo il Concilio Vaticano II, la storia della Compagnia con a capo padre Pedro Arrupe era turbolenta e sofferta.

- La storia della Compagnia sotto il governo di p. Arrupe era turbolenta e burrascosa a causa della sua personalità. Il Superiore generale era un uomo straordinario, profetico e carismatico, che impresse sulla Compagnia la scelta per i poveri e il senso della giustizia sociale, coniugati con la promozione della fede. In Spagna, le scelte radicali di p. Arrupe hanno quasi causato lo scisma interno della Compagnia. Ma non dimentichiamo che gli anni di p. Arrupe erano gli anni di post-concilio, gli anni del “68”, il periodo di nuovi impulsi spirituali e culturali, qualche volta con derive inaccettabili.
Secondo me, p. Arrupe non era ingenuo (come viene spesso accusato), ma troppo ottimista, anche spiritualmente.

- Come si può caratterizzare invece il periodo degli ultimi 24 anni, quando a guidare i gesuiti era p. Kolvenbach?

- Il periodo del governo di p. Kolvenbach lo chiamerei “di assestamento”. La persona di p. Kolvenbach è l’opposto di quella di p. Arrupe. L’ultimo Superiore generale ha guidato la Compagnia in modo molto efficace, ma silenziosamente. Soltanto ultimamente si è concesso alla stampa: nelle ultime settimane ha dato più interviste che nei 24 anni precedenti. Questo la dice lunga sulla sua personalità: non è un uomo di folle ma un uomo discreto, un uomo di rapporti personali. Grazie a questo suo carattere ha sanato le ferite nella Compagnia. Per di più, quando diventò Superiore generale, i tempi stavano cambiando: finirono certe ingenuità post-conciliari e le rivolte culturali. D’altra parte si è trovato a governare con un papa il cui protagonismo era talmente forte che era cauto mantenere un profilo discreto, tanto che riuscì anche a ricucire i rapporti tra la Compagnia e Giovanni Paolo II, che con p. Arrupe erano difficili.

- Tanti analisti di cose ecclesiastiche, guardando il calo degli ingressi in noviziato e la diminuzione del numero dei gesuiti che in certi Paesi sono addirittura spariti, parlano della crisi della Compagnia di Gesù. Come voi, gesuiti, giudicate tale crisi e quali sono le sue motivazioni?

- C’è un settore della Congregazione, che sarà chiamato a riflettere proprio sullo stato della Compagnia. Io penso che la crisi delle vocazioni e della vita religiosa in generale, non sia soltanto legata alla Compagnia; ma, aggiungo, che la Compagnia viene vista da tanti ambienti, ma prima di tutto dalla Santa Sede, come una pietra di paragone. Per lo stesso motivo, certe deviazioni legate ai gesuiti vengono viste con maggiore preoccupazione, perché i gesuiti dovrebbero dare l’esempio. Da noi si esige di più.

- E’ ovvio che dalle persone che hanno una grande preparazione intellettuale (almeno due lauree) e spirituale la Santa Sede dove esigere di più...

- Direi che c’è un “pregiudizio” di eccessiva importanza data alla Compagnia. Anche il fatto di quarto voto (l’obbedienza al papa) significa un impegno maggiore ed una maggiore docilità verso il Magistero. Io vedo che la Compagnia, ma anche altri ordini religiosi, ha come concorrente forme nuove di vita consacrata. Può darsi che certi aspetti della nostra formazione e della vita siano tanto esigenti da allontanare i candidati. Oggi, siamo 20 mila: 50 anni fa eravamo 36 mila, cioè quasi il doppio. Però, bisogna tener presente che sono quasi sparite le vocazioni dei fratelli coadiutori: in tutto il mondo i novizi sono circa 50; prima, i fratelli coadiutori rappresentavano circa un terzo della Compagnia. In genere i fratelli vengono utilizzati per le mansioni più semplici, al massimo quelle amministrative. Di conseguenza la Compagnia avrà anche questo problema da prendere in considerazione.
Ma bisogna spiegare che la crisi non riguarda tutte le aree: per esempio, in India le nostre case sono piene (oggi, i gesuiti indiani sono più numerosi che i gesuiti statunitensi). Questi cambiamenti fanno sì che la Congregazione diventerà sempre meno eurocentrica.

- Nei momenti di crisi degli ordini, si suol consigliare spesso il ritorno al carisma originario o si analizza se la missione primaria di un dato ordine sia ancora attuale nel mondo di oggi. I gesuiti non dovrebbero fare la stessa riflessione?

- Sicuramente, l’attuale Congregazione farà lo sforzo di rinnovare la fedeltà ad un carisma che è quello della spiritualità ignaziana, la quale è fondata sugli esercizi spirituali, però applicata alle esigenze nuove. Una delle caratteristiche fondamentali della spiritualità ignaziana è il famoso “discernimento”: una specie di lucidità spirituale, ma anche intellettuale, per capire quali siano le richieste da parte del mondo nel quale viviamo. Purtroppo, spesso per generosità o zelo apostolico ci si spinge su campi nuovi e delicati.

- Ma spesso questa apertura dei gesuiti al mondo crea anche dei problemi: penso a tanti teologi della Compagnia (come quegli indiani), che si sono spinti alla contestazione del Magistero...

- La ricerca teologica non è libera dai condizionamenti. Nell’Oriente oggi vedono nella nostra teologia legata al potere europeo, potere dei colonizzatori, ma pure il nostro ragionamento è condizionato dalla cultura e mentalità europea che ogni cambiamento della visione viene visto male. Ma, secondo me, il confronto con le altre culture alla lunga porterà i frutti positivi.

- La Congregazione generale che si apre in questi giorni dovrebbe riflettere, tra l’altro, sulla missione della Compagnia di Gesù nel mondo di oggi. Secondo lei, qual è la sua missione?

- Nei postulati che sono stati mandati alla Congregazione generale dalle Congregazioni delle province, si trovano le pressanti richieste di fare qualcosa nel campo dell’ecologia e della globalizzazione. L’ecologia, il grande problema della sopravvivenza del pianeta, viene già affrontato da alcuni sul piano teologico. A questo problema di sopravvivenza è legato quello della giusta distribuzione delle risorse, dell’evitare gli sprechi del consumismo, ecc. Si ha l’impressione che in questi campi noi, come gesuiti, siamo chiamati a dare le risposte teologiche: Dio ha dato il creato all’uomo per governarlo, non per saccheggiarlo (già i Padri della Chiesa ebbero un grande senso di Dio-Creatore, e quindi anche del rispetto del creato e dell’armonia nel cosmo). Il credente ha il dovere profondo di chiedersi: i cristiani stanno vivendo e seguendo il piano di Dio riguardo al creato? Anche noi gesuiti dobbiamo rivedere i nostri stili di vita. Il problema ecologico è così importante da non poter essere lasciato soltanto alle grandi forze economiche. I gesuiti dovrebbero dare in questo campo il loro contributo intellettuale.
Invece, la globalizzazione viene spesso vista come meccanismo che, in tanti settori, causa delle ingiustizie sociali; meccanismo di cancellazione di culture locali e di omogeneizzazione. Affrontare questi problemi viene visto come un obbligo connesso con la promozione della fede.

- La Compagnia di Gesù ha scritto pagine d’oro nella storia dell’evangelizzazione. Oggi, essa potrebbe dare ancora il suo contributo nella missione evangelizzatrice nelle zone del mondo dove non si conosce ancora Gesù?

- La Compagnia è stata sempre missionaria, oggi però la missione ha caratteristiche diverse. Noi abbiamo sempre pensato che essere missionari significhi convertire la gente. Questo non sempre è possibile: quando vediamo il mondo musulmano di oggi, dobbiamo constatare che esso è quasi inconvertibile. Per questo motivo il dialogo inter-religioso diventa quasi indispensabile, anche per la sopravvivenza dell’umanità. Altrimenti le religioni diventano “carburante” dei conflitti. Se i credenti in un Dio unico non riescono a mettersi d’accordo almeno su alcune grandi cause dell’umanità, questo diventa una contro-testimonianza per i non credenti. Oggi, nella Compagnia si avverte fortissimo il bisogno di potenziare la capacità del dialogo, cioè di preparare le persone competenti per affrontarlo. Non nascondiamo un fatto: i conflitti e le tensioni tra le religioni nascono principalmente a causa della reciproca ignoranza. Anche l’Occidente ha da imparare dalle altre culture.

- Ma Gesù Cristo ha chiesto ai suoi di andare in tutto il mondo ad annunciare il Vangelo, non a dialogare...

- Il vero dialogo presuppone un’identità; se uno non ha l’identità e la coscienza di essa, non può dialogare: Quindi c’è la necessità di approfondire la nostra identità e diventare “più cristiani”.
Parlando della missione: noi viviamo in un mondo secolarizzato, scristianizzato, con il quale è difficile parlare di Dio, un mondo neopagano con i suoi idoli: consumismo, laicismo, materialismo. E’ una deriva pericolosissima che minaccia la stessa democrazia e la libertà. Nel mondo di oggi tutte le categorie consolidate vengono contestate; tutto è in discussione: scuola, magistratura, Chiesa, partiti, ecc. Perciò viviamo in un momento di smarrimento generale e la Compagnia vuole preparare le persone per affrontare questo momento particolare della nostra storia.

- La Congregazione sceglierà il ventinovesimo successore di sant’Ignazio di Loyola. Quali doti dovrebbe avere il nuovo superiore generale dei gesuiti?

- Certamente il Superiore generale della Compagnia di Gesù dovrebbe avere grandi doti intellettuali e spirituali. Ma il prossimo superiore dovrebbe avere anche una grande capacità di scegliere e di decidere. Da dove lo deduco: quasi tutte le richieste fatte dalle province vengono presentate come priorità, allora, avendo i mezzi e il personale limitato, il prossimo superiore dovrà avere una capacità di discernimento e di coraggio per scegliere tra tanti progetti ugualmente validi. Un compito difficilissimo e spesso doloroso.

"Niedziela" 3/2008

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