INTERVISTA CON IL CARD. PETER ERDÖ, ARCIVESCOVO DI BUDAPEST, PRIMATE D'UNGERIA E DALL'8 OTTOBRE NUOVO PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DELLE CONFERENZE EPISCOPALI D'EUROPA

Włodzimierz Rędzioch: - L'ultima assemblea plenaria del Ccee si è svolta in Russia. E' un fatto straordinario che i vescovi cattolici si riuniscano in Russia...

Card. Peter Erdö: - Come giovane prete in un'Ungheria governata dal comunismo non avrei mai immaginato che un giorno sarei venuto in Russia per prendere parte all'assemblea dei vescovi europei. Per di più, ho trovato qui, in una delle più grandi città dell'ex Unione Sovietica, una comunità cattolica molto attiva e in rapida crescita.

- La riunione era consacrata particolarmente ai temi della famiglia, delle vocazioni e della formazione sacerdotale. Quali sono i risultati raggiunti delle vostre discussioni?

- Prima di tutto, uno dei risultati raggiunti è stato il fatto stesso di aver potuto celebrare l'assemblea nel seminario di San Pietroburgo. Parlando delle vocazioni stavamo in un ambiente dove si vede la vera importanza dell'essere sacerdote e del suo lavoro. Sono convinto che sotto questo aspetto il mondo ex-comunista ha ancora molto da dire all'altra parte del continente. E' diventato chiaro anche che è molto importante il contenuto dell'insegnamento teologico e quindi lo sviluppo delle facoltà teologiche e del lavoro dei seminari. Stando in Russia ci impressionava la presenza dei movimenti e delle piccole comunità dei religiosi provenienti da tutte le parti del continente.
Per quanto riguarda il matrimonio e la famiglia, nella cultura europea contemporanea si nota la crisi degli stessi concetti naturali del matrimonio e della vita familiare. E' importante che questi valori umani vengano non soltanto difesi ma anche presentati in modo attrattivo e convincente da tutti i cristiani. E in questo campo possiamo fare moltissimo in collaborazione con le Chiese ortodosse. Questa è stata una scoperta gioiosa per tutti i presenti.

- Benedetto XVI nel suo messaggio all'assemblea a San Pietroburgo ha espresso la speranza affinché "questa riunione plenaria incoraggi la testimonianza e il contributo che la Chiesa cattolica, in fraterna collaborazione con le altre confessioni cristiane, offre all'identità ed al bene comune dell'Europa". Quale può essere questo contributo della Chiesa cattolica?

- Prima di tutto, questo contributo riguarda la trasmissione della fede. Parlavamo della catechesi e dell'insegnamento della religione e della collaborazione tra le diverse comunità cristiane in questo campo, nel rispetto dell'identità di ciascuno. Inoltre, per la Chiesa diventa essenziale avere rapporti con gli ambienti politici importanti e responsabili per far valere nelle nostre società i valori fondamentali e umani dai quali dipende la loro esistenza.

- Il problema è che spesso le leggi naturali e i valori fondamentali non vengono rispettati nei processi dell'integrazione europea...

- E' vero che dal Consiglio d'Europa - che non va confuso con l'Unione Europea - arrivano certi segnali preoccupanti. Lì vengono redatte delle raccomandazioni che cercano introdurre i nuovi "diritti fondamentali" che non hanno niente a che fare con i diritti umani o con l'elenco classico dei diritti fondamentali. Per esempio, si tenta di introdurre il concetto della falsa uguaglianza che magari trascura l'identità delle comunità religiose o l'autonomia delle Chiese. Un'altra tendenza è rendere difficile l'autonomia della legislazione dei singoli Paesi, quindi va ribadita tale autonomia anche quando riguarda i valori fondamentali.

- I miei amici in Russia mi dicevano spesso che i cattolici russi si sentivano un po' "abbandonati" dal resto della Chiesa. Volevo sapere se il Ccee si pone il problema dell'aiuto alle Chiese dell'ex-blocco sovietico e della solidarietà verso di Esse?

- Per quanto riguarda l'aiuto economico, c'è una lunga tradizione della generosità delle Chiese occidentali verso le Chiese dell'Est europeo. Ma oggi c'è anche un sostegno di tipo culturale e pastorale. Senza dimenticare che la presenza dei sacerdoti e delle suore occidentali in Russia è un altro tipo di aiuto. Penso che la riunione di tanti capi delle Conferenze episcopali cattoliche costituisca anche un certo conforto per la comunità cattolica in Russia. Per di più questa comunità non sembra tanto piccola. Per esempio a San Pietroburgo prima della rivoluzione del 1917 il 7% degli abitanti era cattolico. Oggi di nuovo tanta gente si sente legata alla Chiesa cattolica.
I partecipanti all'assemblea hanno celebrato la santa Messa nella chiesa di Santa Caterina d'Alessandria costruita ancora nei tempi dell'Imperatrice Caterina, la più antica parrocchia cattolica della città. La chiesa era strapiena di gente con tanti giovani. Insomma, abbiamo incontrato una comunità cattolica molto dinamica e vivace e questo è un segno di speranza.

- Eminenza, la sua elezione a presidente del Ccee ha quasi coinciso con le celebrazioni del 50° anniversario della rivoluzione ungherese del 1956. Allora Lei aveva soltanto 4 anni. Che cosa si ricorda di quei tragici fatti?

- Ho vissuto i giorni della rivoluzione tramite le reazioni dei miei genitori. Quando chiedevo: 'Perché si spara?' mi rispondevano: 'Perché c'è la guerra.' 'Chi combatte contro di noi?' chiesi, 'I russi' mi risposero. 'E chi è con noi?' insistetti, 'Nessuno' mi rispose mia madre scoppiando in lacrime. Ma per dire la verità, non tanto tempo dopo la sconfitta dell'Ungheria ricevemmo degli aiuti dall'Occidente e dalla Polonia. Mio padre ha ricevuto dalla Polonia un cappotto. Lo portava per 10 anni. Apprezzava tanto quel cappotto perché gli era stato regalato dai polacchi che non erano ricchi e che, anche loro, si ribellavano ai comunisti.

- Il passato pesa ancora?

- A Budapest durante la rivolta sono caduti 20 mila ungheresi. Non sappiamo quanti morti sono stati dalla parte russa. Per questa ragione ogni anno a novembre celebriamo una Messa per tutti i defunti. Il giudizio su di loro appartiene a Dio solo.
Mi permetta una digressione. Recentemente George Walzer, ambasciatore degli Stati Uniti in Ungheria e cugino del presidente Bush, mi ha invitato a visitare l'appartamento del card. Mindszenty nell'ambasciata americana. Era una cosa commovente. In seguito ho scritto una lettera al presidente Bush per ringraziarlo per l'invito all'ambasciata e per l'ospitalità che gli Stati Uniti hanno offerto per il nostro primate in quei drammatici anni ed anche per l'asilo concesso a tanti ungheresi che dopo la rivoluzione hanno trovato in USA la loro nuova casa.

- I tempi sono cambiati. Ci sono segni di riconciliazione con i russi?

- Quando all'inizio degli anni '90 il presidente russo Eltsin venne a Budapest, chiese scusa per tutto quello che accadde nel '56. Purtroppo, da parte ungherese nessuno ha risposto ufficialmente. Dopo, nel 1994, anche il patriarca della Chiesa ortodossa russa Alessio II che ha visitato la cattedrale di Esztergom, ha chiesto perdono. Per questi gesti ho sentito il dovere morale di rispondere quest'anno a quella richiesta. Con tutta la Chiesa ungherese ho detto: "Si, noi perdoniamo". A questa decisione è seguita una degna lettera in cui si ribadisce la nostra "comune responsabilità" per la difesa dei valori cristiani.

- Come la Chiesa ungherese ha celebrato l'anniversario della rivoluzione?

- Abbiamo fatto un pellegrinaggio nazionale a Fatima dove si trova una commovente via crucis in memoria delle vittime della rivoluzione del '56. Abbiamo preparato un servizio ecumenico e il 22 ottobre il card. Angelo Sodano, legato pontificio, ha celebrato la Messa commemorativa nella cattedrale di Santo Stefano. Invece a Roma celebrerò la Messa commemorativa nella chiesa di Santo Stefano Rotondo che era la chiesa titolare del card. Mindszenty.

- L'Ungheria, come la Polonia d'altronde, dal 2004 fa parte dell'Unione Europea. Far parte della "casa comune" europea è una sfida...

- Facendo parte della "casa comune" noi, ungheresi, possiamo offrire il nostro patrimonio di valori, conoscenze, memoria. Purtroppo, tante volte abbiamo l'impressione che alcuni occidentali non siano pronti ad accogliere questi doni, che non sono materiali. Gli occidentali non devono dimenticare che nei Paesi comunisti per 40 anni i popoli erano schiavizzati e sfruttati e tutti i beni nazionalizzati. Ci si deve rendere conto che nel confronto di questi popoli l'Occidente, che è rimasto libero, ha un "debito" morale.

- Quasi tutto il periodo del suo sacerdozio corrisponde al pontificato di Giovanni Paolo II. Chi era per Lei, Eminenza, il Servo di Dio Giovanni Paolo II?

- Era un grande e carismatico Pontefice. Sapeva, direi in modo naturale, usare i mass-media. Egli era un grande pastore. Avevo per lui sentimenti di stima ed ammirazione, ed anche di devozione perché mi ha consacrato vescovo. Ho imparato da lui ad avere il coraggio nel presentare le mie convinzioni ed anche a non vergognarsi a mostrare la sofferenza e le debolezze fisiche in pubblico.

- Lei, come teologo, conosceva anche il card. Ratzinger. Cosa ne pensa di Benedetto XVI?

- E' una persona che sa ascoltare gli altri. Osserva e sente le opinioni dell'interlocutore e dopo fa saggi e ben meditati commenti. Potevo constatarlo personalmente più volte.

"Niedziela" 51/2006

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