Turchia moderna

Wlodzimierz Redzioch

L'immenso impero ottomano già nel XIX secolo perde "pezzi" importanti del suo territorio, ma la sua dissoluzione definitiva ebbe luogo dopo la prima guerra mondiale. Nel 1908 al potere arrivano i cosiddetti "giovani turchi", fautori del sistema costituzionale, che durante la prima guerra mondiale si schierano con la Germania perdente. Il trattato di Sèvres nel 1920 stabilisce l'abolizione dell'impero. Lo stesso anno l'assemblea nazionale proclama la creazione di un governo nazionale con a capo Kemal Atatürk. Nel 1922 viene abolito il sultanato e nel 1923 il parlamento proclamò la Turchia repubblica, e Kemal Atatürk presidente. L'ideologia dei "giovani turchi" al potere si ispirava all'ideologia liberale ma con l'impronta nazionalista. L'identità nazionale si fondava sui criteri etnici (turchi) e religiosi (islam). Nella Turchia moderna il sistema tollerante dei millet dell'impero ottomano veniva sostituito con il nazionalismo che rifiutava e emarginava tutto ciò che non era turco e islamico. Anche se il ruolo della religione musulmana è particolare: Atatürk, creando una stato laico, eliminò la religione dalla sfera pubblica e la sottopose a tutela statale. Il governo creò il ministero degli Affari Religiosi che oggi gestisce 75 mila moschee turche e il loro personale. Per questo motivo la massima autorità religiosa in Turchia è un impiegato statale. L'esercito turco è diventato il garante della laicità dello stato e spesso interviene nella vita politica. L'islam, escluso dalla sfera politica, fiorisce prima di tutto nelle confraternite sufi (movimento mistico dell'islam). Negli ultimi decenni sono nati i vari movimenti islamici dai più radicali e antioccidentali ai moderati. Nel frattempo il laicismo dello stato è diventato più tollerante nel confronto dell'islam. Grazie a questa apertura nel 1980 al potere è arrivata una persona legata al sufismo, Turgut Özal, che è diventato primo ministro. La scomparsa di Özal e i problemi economico-sociali causarono l'ascesa al potere del partito radicale islamico Refah (Benessere) con a capo Necmettin Erbakan. La politica del governo del nuovo premier era in contrasto con i tradizionali principi laici dello stato turco, e dichiaratamente antiamericana. Per di più il governo di Erbakan dava il sostegno ai movimenti fondamentalisti islamici, come i Fratelli Musulmani. Perciò nell'anno 1997 l'esercito, che da sempre è garante della laicità dello stato, è intervenuto con una specie di colpo di stato: il governo è stato costretto a promulgare le leggi antireligiose e mettere fuorilegge lo stesso partito del premier, sono stati arrestati gli attivisti dei vari movimenti islamici. La campagna anti-islamica dei militari invece di indebolire ha rafforzato il fronte islamico. Per di più, intorno a Recep Tayyip Erdogan, giovane sindaco di Istanbul, è nato un nuovo, dinamico partito islamico Akp. Il programma del partito era più moderato: la sharia non era indicata come legge dello stato, ma soltanto fonte di ispirazione della legislazione; in politica estera promoveva l'alleanza con gli USA, l'ingresso nell'Unione Europea e dichiarava la necessità di combattere il terrorismo. Malgrado questa "moderazione" Erdogan è stato tenuto in disparte dai militari. Ma nel 2002 il partito Akp ha vinto le elezioni e ha permesso il ritorno alla vita politica del
La situazione politica e sociale è seguita con un grande interesse sia in Occidente, particolarmente in Europa (nel 1987 la Turchia per la prima volta ha chiesto di far parte dell'Unione Europea), sia nei Paesi islamici. L'"esperimento" con il governo del partito islamico moderato che si dichiara democratico e filo-occidentale potrebbe essere un esempio per gli altri Paesi islamici perciò viene ostacolato dai movimenti fondamentalisti islamici che temono il dialogo del mondo musulmano con l'odiato "Occidente cristiano". Le difficoltà di adempiere a tutte le esigenze richieste per far parte dell'Unione Europea sono la dimostrazione che la vera democratizzazione della Turchia è un processo arduo e complicatissimo.

"Niedziela" 49/2006

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