La sorte dei Cristani nell'impero Ottomano

Wlodzimierz Redzioch

L'islam è nato nell'ambito arabo nella penisola Arabica ma in poco tempo si è esteso in tutta la regione del Medio Oriente. Erano gli eserciti arabi che conquistando le nuove terre diffondevano l'islam. L'espansione islamica era rapidissima: furono conquistati le zone all'Est fino all'India, ad Ovest invece gli islamici spazzarono via l'antica civiltà cristiana del Nord Africa, occuparono la Penisola Iberica e, attraversando i Pirenei, arrivarono nelle terre dei Franchi. Soltanto lì furono sconfitti da Carlo Martello nella battaglia di Poitiers (732). Nel Medio Oriente sorsero i califfati arabi: prima degli Ommayadi, poi degli Abbasidi. In Asia Minore si formò l'impero ottomano dei turchi selgiuchidi. I suoi eserciti riuscirono a conquistare nel 1453 la splendida città di Costantinopoli, la capitale dell'Impero Romano d'Oriente, che divenne il centro dell'impero ottomano. In questo modo l'impero islamico occupò le terre che nei primi secoli dopo Cristo videro la nascita della Chiesa. Tre dei quattro antichi patriarcati (Gerusalemme, Antiochia ed Alessandria d'Egitto) con i loro moltissimi fedeli si trovarono sotto il dominio islamico. Sorgeva allora il problema della presenza delle comunità cristiane nelle società islamiche, cioè all'interno della cosiddetta umma ("comunità dei veri credenti" - perché così si definiscono i seguaci dell'islam). L'islam non è soltanto una religione, ma anche un sistema sociale e politico, perciò determina lo statuto dei cristiani nella società musulmane. Già Maometto, organizzando le prime comunità dei fedeli stabilì le regole di convivenza con i cristiani e gli ebrei (il cristianesimo e l'ebraismo sono definite "religioni del libro") che vivevano sulla Penisola Arabica. La loro posizione era definita dalla parola "dimmi" cioè "protetti". Erano tollerati, avevano la libertà di culto, potevano seguire le proprie tradizioni, ma in cambio dovevano accontentarsi di un inferiore statuto sociale e giuridico, e per di più pagare una speciale tassa.
La situazione dei cristiani nell'impero ottomano, malgrado i limiti sanciti giuridicamente, era particolarmente favorevole a causa dell'applicazione del sistema dei millet (nazioni). Tale sistema riconosceva ai diversi gruppi confessionali presenti nell'impero uno speciale statuto di nazione-comunità. Ovviamente i millet non si identificavano con un territorio ma con la religione e la cultura. All'inizio i millet riconosciuti erano quattro: il musulmano, l'ebraico, il greco-ortodosso e l'armeno. Ogni millet era rappresentato presso il sultano dalla sua massima autorità religiosa.
La tolleranza dei sultani e i contatti con l'Europa furono i maggiori fattori del grande sviluppo delle comunità cristiane dell'impero, non soltanto religioso e culturale, ma anche sociale ed economico. I cristiani, grazie alle loro moderne scuole e collegi, erano i più secolarizzati nell'impero. Invece le idee liberali europee furono la causa delle richieste dell'ammodernamento e delle riforme dello stato.
Con le pressioni dei Paesi europei nel XIX secolo l'impero aumentò il numero dei millet riconoscendo la specificità dei cattolici di rito orientale. In seguito alle riforme intraprese allora fu dichiarata l'uguaglianza giuridica, almeno in teoria, di tutti i millet
I cristiani, prima della prima guerra mondiale all'inizio del XX secolo, avevano anche un consistente "peso" demografico: il 24% della popolazione. La situazione cominciò a peggiorare radicalmente con l'arrivo al potere dei "giovani turchi" e con il massacro degli armeni cristani.

"Niedziela" 49/2006

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